Le rovine che oggi si visitano non sono il capitolo più antico della storia di Efeso. Sono la città che Lisimaco, uno dei generali di Alessandro Magno succedutigli alla sua morte, fece sorgere entro nuove mura fra il Panayırdağ e il Bülbüldağ, lontano dal vecchio insediamento intorno al tempio di Artemide2, probabilmente nei primi anni del III secolo a.C., anche se nessun anno preciso è certo3.

Il sito è in pendenza. Una via marmorea scende dalla città alta fino alla biblioteca di Celso4, il viale di marmo prosegue fino al Grande Teatro5, e un tempo un colonnato collegava il teatro al porto6. Le sezioni che seguono rispettano questo stesso ordine, dall’alto verso il basso.

Perché le rovine sono così lontane dal mare?

La spiegazione più diffusa vuole che il Küçük Menderes, l’antico Caistro, avanzi verso ovest da settemila anni, trascinando con sé ogni porto della città. In realtà la costa si è spostata in due fasi, in direzioni opposte: un mare in risalita sommerse banchine e frangiflutti per tutta l’età arcaica ed ellenistica, e solo da età romana il delta cominciò ad avanzare verso ovest, isolando di volta in volta ogni nuovo porto10. La distanza citata per Efeso dipende dal punto scelto come riferimento: il vecchio porto dista dalla costa odierna diversi chilometri, probabilmente 5-6 km11.

I geoarcheologi leggono lo spostamento voluto da Lisimaco come una scelta pratica: il porto presso l’Artemision si stava insabbiando, mentre la baia fra Pion e Preone offriva ancora un ancoraggio profondo12. Strabone la racconta invece come uno stratagemma, con il re che blocca gli scoli durante un temporale finché gli efesini, allagati, non si arrendono; per il gruppo di ricerca di Peter Scherrer e John Kraft, quell’allagamento era in realtà l’opera del mare in risalita, ricordata più tardi come l’astuzia di un sovrano13.

Roma ereditò la stessa battaglia: le iscrizioni registrano una bonifica dopo l’altra, da Nerone fino alla metà del III secolo14, e un lungo canale fu scavato verso ovest per raggiungere il mare aperto15. Il bacino non fu mai profondo, e non si perse nel giro di una sola generazione: dragato più volte, al servizio in seguito di piccole imbarcazioni, restò in uso fino all’XI o al XII secolo, e sopravvive oggi come un lago paludoso16.

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Come sono disposte le rovine

La città ellenistica fu tracciata su una griglia regolare17, dentro mura che correvano per oltre 4 km lungo la cresta del Bülbüldağ18. Via dei Cureti ignora quella griglia e scende di traverso lungo la valle: gli archeologi la leggono come precedente al piano urbano, una via processionale verso Artemide che la nuova città dovette accogliere così com’era19.

La via era ancora in uso sotto Traiano, quando le immagini finanziate da Gaius Vibius Salutaris venivano portate dall’Artemision al teatro, entrando dalla Porta di Magnesia e uscendo dalla Porta Coressiana20. Il percorso di oggi tocca gli stessi due punti. Il criterio (iii) dell’UNESCO isola qui quattro monumenti: la Casa Terrazzo 2, il Serapeo, il tempio di Adriano e la biblioteca di Celso21.

Da quale porta cominciare?

Partire dalla Porta Alta significa scendere: è la prima cosa da decidere quando si organizza una visita. Efeso ha due ingressi con biglietterie proprie: la Porta Alta a sud, vicino all’antica Porta di Magnesia, e la Porta Bassa a nord, verso Selçuk22. Dall’alto il percorso scende attraverso la città alta, lungo via dei Cureti, oltre la biblioteca, fino al teatro: è l’ordine seguito dalla mappa di Efeso.

Per chi arriva in nave la Porta Bassa è più vicina, circa 19 km su strada dal porto di Kuşadası contro i 23 km della Porta Alta23; strade e treni da più lontano sono nella pagina su come arrivare a Efeso.

Visitatori camminano lungo un'ampia via in marmo tra file di colonne
Fig. 1 L'Arkadianè, la monumentale via che in epoca successiva conduceva verso l'antico porto.

La Porta di Magnesia

La Porta di Magnesia, la più grande della città, si trovava circa 300 m a sud dell’attuale ingresso alto; a lungo attribuita a Lisimaco, gli scavi del 2008-09 l’hanno datata invece a circa il 100 a.C.24 John Turtle Wood la trovò nel 1869, seguendo il percorso della processione descritto nell’iscrizione di Salutaris25.

L’agorà civile e la Basilike Stoa

L’agorà civile, o agorà alta, era la piazza pubblica dell’Efeso romana: uno spazio aperto di circa 58 × 155 m, poco più di 9.000 m², chiuso su ogni lato da portici e tracciato sopra tombe arcaiche26.

Sul lato nord correva la Basilike Stoa, donata nell’11 d.C. da C. Sextilius Pollio e dalla sua famiglia ad Artemide Efesia, Augusto, Tiberio e alla città, con teste di toro scolpite sui capitelli ionici27. La lunghezza si dà di solito intorno ai 167 m; il rilievo di Stefan Groh la porta invece a 195 per 20 m, contando anche le sale che sporgono alle estremità, per cui le due cifre probabilmente misurano estensioni diverse più che contraddirsi27.

Il tempio al centro della piazza era chiamato a lungo tempio di Iside. L’etichetta è oggi messa in dubbio, e l’edificio si legge con più cautela come santuario di età augustea28 – nel 29 a.C. Ottaviano concesse ai cittadini romani d’Asia di costruirne uno proprio qui29.

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File di tronchi di colonna lungo la stoa della basilica dell'agorà civile, con l'Odeon alle spalle
Fig. 2 La basilica affiancava l'agorà civile, cuore politico della città accanto a quello commerciale. Fotografia d'archivio (2013).

Il Bouleuterion, o Odeon

Il piccolo teatro accanto all’agorà civile è segnalato come Odeon, ma era il Bouleuterion, la sala del consiglio. Publius Vedius Antoninus ne è considerato da tempo il fondatore, verso il 150 d.C.; una lettera incisa, trovata sotto il rivestimento marmoreo che pagò lui stesso, mostra però che un edificio esisteva già nel 128/129 d.C., quindi il suo intervento fu un rifacimento, non una fondazione30. Contando le file superstiti si arriva a oltre 1.600 posti, contro i 1.400 o 1.500 delle enciclopedie31.

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Il Pritaneo e le statue di Artemide

Il Pritaneo custodiva il focolare sacro della città, mantenuto dai Cureti, i sacerdoti i cui nomi erano incisi sulle sue colonne32. La squadra di Franz Miltner trovò l’edificio nel settembre 1955, e le statue romane in marmo di Artemide oggi al museo di Efeso ne uscirono tra il 18 settembre e il 3 ottobre 19563334. Miltner riteneva che i cristiani avessero demolito l’edificio augusteo; il nuovo studio dedicato non trova alcuna demolizione volontaria, solo i danni, mai riparati, dei terremoti del 358-368 d.C. circa35.

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Le due colonne rialzate del Pritaneo, tra le fondamenta
Fig. 3 Le due colonne doriche segnano il punto dove ardeva il fuoco sacro della città.

La piazza di Domiziano e il tempio dei Sebastoi

Una grande terrazza artificiale lì vicino sosteneva il tempio un tempo chiamato di Domiziano, oggi intitolato ai Sebastoi, gli imperatori. La sua dedica dell’89/90 d.C. rese Efeso neocora, custode di un tempio del culto imperiale, per la prima volta36, e dopo la condanna della memoria di Domiziano fu la famiglia flavia a ereditare il culto37. Le sue sottostrutture a volta ospitarono più tardi un museo epigrafico, oggi chiuso38.

Una testa colossale in marmo e un avambraccio della statua di culto sono al museo di Selçuk: chiamati tradizionalmente Domiziano, anche se molti studiosi vi riconoscono ormai Tito39.

La sottostruttura a volte della terrazza del Tempio di Domiziano, con pilastri figurati rialzati davanti
Fig. 4 Le volte reggevano la terrazza artificiale su cui sorgeva il tempio dedicato al culto imperiale.

Il Monumento di Memmio

Gaio Memmio, nipote del dittatore Silla e in seguito governatore d’Asia, lo eresse sotto Augusto per onorare tre generazioni della sua famiglia e la vittoria di Silla su Mitridate40: un promemoria scomodo in una città che nell’88 a.C. aveva accolto proprio Mitridate41.

La Porta di Eracle

In cima a via dei Cureti, rilievi di Eracle nella pelle di leone segnano la Porta di Eracle, una struttura tardoantica che restringeva la strada e la chiudeva ai carri; i rilievi sono pezzi più antichi, riutilizzati dal II secolo42.

Via dei Cureti

Sotto la Porta di Eracle, il fondovalle porta via dei Cureti fino alla biblioteca4. La strada corre per circa 210-216 m e scende di quasi 20 m, con una pavimentazione larga 6-8 m tra portici colonnati profondi 3,5-5 m8. Il nome antico era probabilmente Embolos, il termine tardoantico comune per una via colonnata, non il «cuneo» ripreso dalle guide; quello moderno viene dalle liste dei sacerdoti Cureti, riutilizzate come materiale da costruzione lungo il percorso43.

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via dei Cureti che sale tra colonne rialzate e blocchi scolpiti, sotto un cielo azzurro intenso
Fig. 5 Il nome ricorda i Cureti, il collegio sacerdotale legato al culto del focolare sacro della città. Fotografia d'archivio (1992).

La Fontana di Traiano

Il Ninfeo di Traiano fu dedicato ad Artemide e a Traiano da Ti. Claudius Aristion e dalla moglie Julia Lydia Laterane, che finanziarono anche il canale di 210 stadi che lo alimentava44. La facciata si alza per circa 9,5 m, e l’abside centrale ospitava un Traiano colossale di cui restano solo base e piedi45; le sue statue sono al museo di Selçuk46.

La Fontana di Traiano sulla via dei Cureti, con il piano superiore rialzato contro il verde della collina
Fig. 6 La fontana prende nome dall'imperatore a cui fu dedicata, benché la sua statua originale sia perduta. Fotografia d'archivio (2013).

Le terme di Vario, o terme di Scolastica

Publius Quintilius Valens Varius costruì queste terme tra la fine del I e l’inizio del II secolo, e una cristiana di nome Scolastica ne pagò il restauro; la sua statua seduta, senza testa, vi resta tuttora47. L’iscrizione che la dice pia e saggia non è in dubbio, la sua data sì: viene collocata di solito, genericamente, nel IV o V secolo, ma Scherrer la data al 400 d.C. circa, Martin Steskal e Alice Waldner alla prima metà del VI, e Ursula Quatember sostiene che nessuna delle due sia dimostrabile48.

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Un portale in marmo con gradini che conduce all'interno di un edificio termale
Fig. 7 L'ingresso monumentale delle terme di Scolastica, tra le più tarde della città.

Le latrine, e la casa che non era un bordello

A nord-est dell’incrocio fra il viale di marmo e via dei Cureti si trova una latrina pubblica del I secolo d.C., con sedili in marmo su un canale di scorrimento intorno a una vasca scoperta49.

La casa accanto viene ancora venduta ai visitatori come il bordello di Efeso, una delle storie che le guide raccontano male. Franz Miltner lesse nel 1957 l’iscrizione edilizia della latrina come prova di un bordello50; Werner Jobst lo escluse nel 1976/7751.

Le latrine pubbliche di Efeso, con una passerella in legno e la biblioteca di Celso visibile in lontananza
Fig. 8 I posti a sedere erano allineati senza divisori, secondo l'uso romano.

Il tempio di Adriano

La piccola facciata riccamente scolpita su via dei Cureti è il cosiddetto tempio di Adriano, dedicato da Vario con la moglie e la figlia ad Artemide Efesia, ad Adriano e al popolo52, e progettato insieme alle terme che gli stanno dietro53. L’iscrizione si legge come 117/118, e se sia mai stato davvero un tempio di Adriano resta apertamente messo in dubbio5455. Il fregio del portico fu a lungo datato al III o IV secolo; lo studio dedicato all’edificio lo riporta invece al primo quarto del II, perché l’angolo a cui è ammorsato non fu mai ricostruito56.

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Il tempio di Adriano sulla via dei Cureti, con la sua facciata ad arco, contro il verde della collina
Fig. 9 Il tempio più fotografato della strada, benché il nome che porta sia ormai messo in dubbio dagli studiosi. Fotografia d'archivio (2013).

Le case a terrazzo

Sul pendio di fronte, un tetto moderno protegge la Casa Terrazzo 2, circa 4.000 m² con sei abitazioni, poi sette5758, e più pitture murali del II e III secolo che in qualsiasi altro luogo dell’Oriente romano59. Un terremoto nel terzo quarto del III secolo pose fine alla sua vita come abitazione, e gli scavatori escludono ormai qualsiasi ritorno all’uso residenziale: la rovina passò alla lavorazione dei metalli, e nel VII secolo a mulini ad acqua60. Serve un biglietto a parte: 52 € / 65 €61 (controllato il ).

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Una stanza delle case a terrazzo con pitture murali bordate di rosso e un piccolo mosaico pavimentale al centro
Fig. 10 Una delle sette unità abitative conservate sotto lo stesso tetto protettivo.

L’Octagon

L’Octagon è una tomba marmorea a otto lati su via dei Cureti, della fine del I secolo a.C.; solo la base quadrata resta in loco62. Due date attribuite all’edificio non coincidono: lo sgombero è il 1904 nella letteratura più vecchia e il 1905 nel volume di scavo, mentre la camera funeraria, aperta dall’alto da Max Theuer con Josef Keil, è datata al 1929 in alcuni resoconti e al 1926 in altri63.

All’interno c’era uno scheletro completo, che Hilke Thür propose nel 1990 fosse Arsinoe IV, la sorella minore di Cleopatra, uccisa a Efeso nel 41 a.C.64: la pianta ricordava il Faro di Alessandria, e Keil aveva giudicato il cranio femminile e giovane65. Il cranio si trovava a Vienna fin dall’inizio, non perduto nella Germania in guerra, e vi fu riconosciuto nel dicembre 202266; uno studio pubblicato nel 2025 vi ha trovato un cromosoma Y67. I resti sono di un ragazzo di 11-14 anni68, Arsinoe è dunque esclusa, e perché a un ragazzo romano sia toccato un monumento tanto vistoso, ispirato all’Egitto, resta senza spiegazione69.

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Il cosiddetto Heroon di Androclo

Accanto all’Octagon si trova un edificio ellenistico a forma di U del II secolo a.C., diventato più tardi una fontana; croci incise in età tardoantica gli diedero il vecchio nome di Fontana Bizantina70. Nel 1995 Thür lo identificò come il santuario di Androclo, dalla descrizione della sua tomba fatta da Pausania, ma molti dubitano: non c’è alcuna camera funeraria71.

La biblioteca di Celso

Ai piedi di via dei Cureti la vista è chiusa dalla facciata a due piani della biblioteca di Celso, larga 21 m e alta poco più di 1672. Onorava Tiberius Julius Celsus Polemaeanus73, ed è anche la sua tomba: riposa in un sarcofago sotto l’abside, un onore riservato di norma a eroi e fondatori74. Fu il figlio Aquila a costruirla, probabilmente negli anni Dieci e Venti del II secolo75, e la facciata non si è mai spostata: fu rialzata sulle proprie fondamenta tra il 1970 e il 19787677.

La facciata a due piani della biblioteca di Celso, con i visitatori nel piazzale antistante e la Porta di Mazeo e Mitridate sulla destra
Fig. 11 La prospettiva della facciata la fa apparire più imponente di quanto sia in realtà. Fotografia d'archivio (2013).

La Porta di Mazeo e Mitridate

La porta a tre fornici accanto alla biblioteca fu costruita nel 4/3 a.C.78, data fissata dai titoli di Augusto nella sua iscrizione79, che onora Augusto, Livia, Agrippa e Giulia come patroni dei costruttori80. Mazeo e Mitridate vengono presentati di solito come liberti di due uomini diversi, Mazeo di Augusto e Mitridate di Agrippa. Solo metà di questo è documentato: una lapide chiama Mitridate liberto di Agrippa, mentre il patrono di Mazeo non compare in alcuna iscrizione, e i rapporti di scavo divergono su di lui81. La porta fu ricostruita tra il 1980 e il 1989, in gran parte con le sue stesse pietre82.

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La Porta di Mazeo e Mitridate, a tre arcate, con visitatori che vi passano sotto
Fig. 12 La porta fu innalzata da due liberti imperiali in onore di Augusto e della sua famiglia. Fotografia d'archivio (2013).

L’agorà commerciale

Oltre la porta si apre l’agorà commerciale, l’agorà tetragona, tracciata nel III secolo a.C. sopra un villaggio dell’VIII secolo a.C. e riorganizzata per l’ultima volta nel VI secolo d.C.83. Circolano due misure, ed entrambe sono giuste: il cortile interno tra i portici è di circa 112 m di lato, mentre l’intero isolato, con portici e il centinaio di botteghe alle spalle, arriva a circa 154 m di lato84. Peter Scherrer registra che la piazza fu ricostruita sotto Teodosio I e prese con questo un nuovo nome, il Foros Theodosianos85.

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Il viale di marmo e la presunta «pubblicità» incisa

Il viale di marmo, chiamato così per la sua pavimentazione, collega la piazza della biblioteca al teatro5. Le guide amano fermarsi su una lastra incisa con un’impronta di piede, una testa femminile e una forma a cuore, spacciandola per la prima pubblicità della storia, indicazione stradale verso il bordello. La lettura non ha alcun fondamento, e cosa rappresenti davvero l’incisione resta incerto8687; poiché il «bordello» era una casa privata, la storia sbaglia due volte.

Un'impronta di piede e altri segni incisi in una lastra di marmo del viale di marmo
Fig. 13 La lastra è legata alla discussa interpretazione come pubblicità di un vicino bordello.

Il Grande Teatro

Il Grande Teatro si trova dove finisce il viale di marmo5. La pubblicazione finale degli scavatori colloca l’inizio della costruzione nel secondo quarto del II secolo a.C., non in età di Lisimaco come tende a dire la divulgazione88; un’iscrizione data all’85 d.C. l’edificio scenico marmoreo a tre piani89, e la capienza si è ridotta in letteratura a circa 20.000, contro i 24.000-25.000 ancora citati90. Atti 19 colloca qui una sommossa, con san Paolo trattenuto fuori dall’entrare9192.

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La cavea e l'orchestra del Grande Teatro, con vista lungo via del Porto verso la pianura
Fig. 14 Lo sguardo dalla cavea segue ancora il tracciato di via del Porto, verso la pianura che fu porto. Fotografia d'archivio (2013).

Via del Porto, l’Arkadianè

Dal teatro, via del Porto correva dritta e colonnata verso ovest, fino al vecchio porto: il nome ricorda Arcadio, che regnò dal 395 al 408 e la fece ricostruire6. Le lunghezze pubblicate formano due gruppi distinti, non un intervallo continuo, uno intorno ai 500 m e uno intorno ai 600, probabilmente perché fanno iniziare e finire la via in punti diversi; la carreggiata era larga circa 11 m, con un portico profondo circa 5 m per lato93, e un’iscrizione tardoantica ricorderebbe lampade lungo i suoi portici94.

Finiva al centro di tre porte monumentali del porto, quella di mezzo di età adrianea. Il conteggio è degli scavatori e non del tutto definitivo: il rilievo di Groh aggiunge una quarta porta all’estremità orientale della via95.

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via del Porto (l'Arkadianè) vista dal teatro, che corre dritta verso il porto ormai interrato
Fig. 15 Il nome Arkadianè ricorda l'imperatore Arcadio, che la fece restaurare a fine IV secolo.

Le Terme del Porto e il ginnasio del Teatro

Efeso ebbe quattro grandi complessi termali-ginnici romani96. Le Terme del Porto, probabilmente iniziate sotto Domiziano, sono oggi le più grandi ancora visibili97; Peter Scherrer ne attribuisce l’apertura a Ti. Claudius Aristion e a una cerchia di amici, come pritanio nel 92 d.C. e segretario del popolo nel 9398.

Le guide chiamano il rifacimento tardo Terme di Costantino, un’attribuzione spesso liquidata come inattendibile. Regge, una volta corretto l’imperatore: il lavoro fu commissionato sotto Costanzo II dal proconsole d’Asia Lucio Celio Montius, e il complesso prese il nome di Thermae Constantianae. Il nome popolare storpia Costanzo; non è un errore su Costantino99.

Accanto, le Sale di Verulano formavano un campo d’esercizio di circa 200 × 240 m, rivestito in marmo sotto Adriano a spese di Claudius Verulanus, sommo sacerdote d’Asia100; il ginnasio del Teatro è descritto come scavato solo in parte101.

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Le rovine in mattoni delle Terme del Porto, isolate nella pianura, viste dalla collina del teatro
Fig. 16 Le terme sorgevano presso il porto, all'estremità della via del Porto.

La Chiesa di Maria

La lunga rovina della chiesa di Maria (chiesa del Concilio) fu inserita nella sala meridionale di un recinto dedicato a Zeus Olimpio e Adriano102. La tradizione colloca qui il Terzo Concilio Ecumenico del 431, uno dei due concili riuniti nell’Efeso sacro103, apertosi il 22 giugno sotto Cirillo di Alessandria104. Sia la sede sia la data restano discusse: gli scavi indicano che la sala fu adattata per il concilio, e una dedica a Maria prima del 500 circa appare impossibile105.

Il ginnasio di Vedio

Il ginnasio di Vedio era un complesso termale-ginnico di quasi 13.000 m², aperto tra il 147 e il 149 d.C. e finanziato da Marcus Claudius Publius Vedius Antoninus Phaedrus Sabinianus96, i cui doni edilizi gli valsero il titolo di ktistes, fondatore della città, nella lettura che ne dà Scherrer106.

La sua dedica è stata riportata in due modi diversi, ad Artemide e ad Afrodite. L’iscrizione dell’edificio stesso la risolve: la dea è Artemide, accanto ad Antonino Pio, la cui statua stava nella sala marmorea sul fronte orientale. Quella sala è chiamata Kaisersaal dagli anni Venti, un nome coniato, e mai amato, da Josef Keil; il rapporto di scavo preferisce Marmorsaal, dai nove pannelli di marmi decorati del pavimento107.

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Statua marmorea sdraiata del dio fluviale Kaystros con una cornucopia, dal ginnasio di Vedio a Efeso
Fig. 17 Il dio del fiume che scorre presso Efeso, raffigurato secondo l'iconografia classica delle divinità fluviali.

Lo stadio

Lo stadio ai piedi del Panayırdağ fu ricostruito sotto Nerone a spese di Gaius Stertinius Orpex e della sua famiglia108. L’estremità orientale curva è descritta di solito come chiusa in età tardoromana per ricavarne un’arena per gladiatori e cacce; Groh legge lo stesso intervento come un piccolo anfiteatro inserito nella curva, con una gradinata di circa 40 × 50 m, che accorciò la pista da circa 232 a 184 m109. Sul terreno più alto lì vicino, riferisce Winfried Elliger, le prime trincee di Keil portarono alla luce ceramica dell’età geometrica, mille anni più antica della città ellenistica110.

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Fotografia ottocentesca dell'arco d'ingresso in rovina dello stadio di Efeso
Fig. 18 Fotografia ottocentesca: l'ingresso dello stadio prima di ogni intervento moderno.

Il cimitero dei gladiatori

Fuori dalle mura, 300 m a est dello stadio, un rilievo individuò nel 1993 un cimitero di gladiatori, con stele funerarie di circa il 200 d.C.111 L’area scavata misurava solo 20 m², ma conteneva uno strato di ossa profondo 3 m, con almeno 68 individui, quasi tutti uomini fra i 20 e i 30 anni112, molti con ferite al cranio guarite, segno di cure ricevute113.

«Prigione di San Paolo»

Presso il vecchio porto sorge una torre ben conservata delle mura ellenistiche, divisa internamente e su due piani114. Il nome «prigione di San Paolo» è pura tradizione popolare: gli Atti non menzionano alcuna prigione a Efeso, e nessun testo antico né alcun ritrovamento lega Paolo a questa torre115. Se sia mai stato imprigionato in città resta comunque discusso116.

La Grotta di San Paolo

Una piccola grotta sul fianco del Bülbüldağ servì da chiesa dalla tarda antichità fino al XIX secolo117. Nel 1998 Renate Pillinger vi trovò pitture sotto lo scialbo più recente, tra cui Paolo che istruisce Tecla118.

Pittura murale di san Paolo, con l'iscrizione ΠΑΥΛΟΣ, la mano alzata e un libro in mano, Grotta di San Paolo
Fig. 19 L'iscrizione greca ΠΑΥΛΟΣ identifica la figura dipinta come l'apostolo.

La grotta dei Sette Dormienti

Sul versante orientale del Panayırdağ, la grotta dei Sette Dormienti è un cimitero tardoantico con chiesa scavata nella roccia, aperto dalla squadra austriaca alla fine degli anni Venti sopra un cimitero di cava già usato dai cristiani prima di Costantino119. La leggenda vuole giovani cristiani murati vivi sotto Decio e risvegliati sotto Teodosio II, e per questo il complesso fu a lungo datato a quel regno; monete trovate sotto il pavimento a mosaico originale anticipano invece la costruzione di mezzo secolo, con il santuario dei Dormienti inserito solo nel V secolo119. La tradizione musulmana colloca per lo più la grotta a Tarso o ad Afşin120, e la Sura 18 racconta la storia a modo suo121.

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Acquedotti e forza idrica

Almeno sei acquedotti portavano acqua in città, e l’acqua muoveva anche mulini, tra cui una sega di pietra del VI secolo con manovella e biella122.

Popolazione

La popolazione dell’Efeso romana resta discussa: i modelli di densità recenti la collocano tra circa 34.000 e 72.000 abitanti, contro i 200.000-250.000 dei libri più vecchi123.

Declino e abbandono

La fine richiese un millennio. A metà del III secolo, sotto Gallieno, un terremoto e le incursioni gotiche devastarono gran parte della città, e gli scavatori collocano la fine delle case a terrazzo nel terzo quarto di quel secolo124; Costantino, Costanzo II e Arcadio la ricostruirono125. Il disastro successivo si data di solito al 614 o al 616 e si attribuisce alla guerra persiana, con un terremoto come alternativa; le monete sono più precise delle cronache e collocano gli strati di distruzione in tutta la città fra circa il 610 e il 616, alcuni fin negli anni Venti. La causa resta aperta, così come se si sia trattato di un’unica catastrofe o di più eventi. Le mura che seguirono erano già in piedi nel 609/610 e racchiudevano meno della metà della vecchia città126.

Terremoti, incursioni arabe e mutamenti economici frammentarono poi Efeso in centri più piccoli: la città portuale, la collina fortificata di Ayasuluk e la costa presso Anaia127. Si è a lungo detto che la città bassa fosse abbandonata verso il IX o il X secolo. Gli scavi dicono altro: fu abitata fino all’XI secolo e restò un luogo di pellegrinaggio attivo, e solo dopo i ritrovamenti si diradano, anche se le sepolture intorno alla chiesa di Maria proseguirono fino al XIV secolo128. Entro il XV secolo la città antica era vuota129; la collina di Ayasuluk appartiene al paesaggio dei dintorni di Efeso.

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Vista in bianco e nero dei gradini della biblioteca di Celso e dei muri in rovina, prima della ricostruzione della facciata
Fig. 20 Fotografia storica dello stato del sito prima che la facciata fosse rialzata.

Storia degli scavi

John Turtle Wood arrivò per primo, cercando il tempio di Artemide dal 1863 e portando parzialmente alla luce, lungo il percorso, il Bouleuterion e il Grande Teatro130. Otto Benndorf propose uno scavo austriaco nel 1893 e i lavori iniziarono nel 1895131. Il lavoro sul campo si fermò per le due guerre mondiali, riprese nel 1926 e, con Franz Miltner alla direzione dal 1954, tornò a campagne annuali nel 1956132.

  1. Primi anni del III secolo a.C.Lisimaco rifonda la città3
  2. Circa 100 a.C.Viene costruita la Porta di Magnesia24
  3. 85 d.C.Edificio scenico a tre piani del teatro89
  4. 89/90 d.C.Dedica del tempio dei Sebastoi36
  5. Terzo quarto del III secoloUn terremoto distrugge le case a terrazzo60
  6. 431Il Terzo Concilio Ecumenico si riunisce a Efeso103
  7. XV secoloLa città antica è abbandonata129

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In questa sezione

Lungo la via dei Cureti

La città alta

La città bassa e il porto

Nomi e termini di questa pagina (16)

Küçük Menderes

Il fiume nella cui bassa valle sorge Efeso; i greci lo chiamavano Caistro. Il suo comportamento creò e disfece i porti della città: un mare in risalita sommerse le banchine per tutta l’età arcaica ed ellenistica, mentre da età romana il delta avanzò verso ovest, isolando ogni nuovo bacino a turno.

Strabone

Geografo greco, attivo sotto Augusto o Tiberio, e la fonte antica più citata su questo sito. Definì Efeso il più grande centro commerciale dell’Asia al di qua del Tauro, ed è il suo racconto a fornire gli spostamenti precedenti della città: giù dal fianco del monte al tempo di Creso, e dentro le nuove mura di Lisimaco.

Peter Scherrer

Archeologo classico austriaco (nato nel 1958), professore a Graz. Si unì allo scavo austriaco di Efeso nel 1987 e alla sua direzione nel 1993. Il suo racconto della città dal periodo romano alla tarda antichità (1995), e il suo studio successivo sullo spostamento della linea di costa, sono usati qui per datazioni e topografia.

John Turtle Wood

Architetto inglese (1821-1890) che stava costruendo stazioni per la ferrovia Smirne–Aydın quando, nel 1863, lasciò l’incarico per cercare il tempio di Artemide con un permesso del British Museum. Ne trovò la pavimentazione il 31 dicembre 1869, scavò fino al 1874, e pubblicò Discoveries at Ephesus nel 1877.

Stefan Groh

Archeologo classico e provinciale romano austriaco (nato nel 1964), all’Istituto Archeologico Austriaco dal 1996 e suo vicedirettore dal 2009 al 2020. I suoi rilievi sulla griglia stradale efesina e sul quartiere portuale, pubblicati nell’annuario dell’istituto, sono citati qui su stadio, porte del porto e stratigrafia dell’agorà.

Martin Steskal

Archeologo classico austriaco (nato nel 1974), all’Istituto Archeologico Austriaco dal 2001 e vicedirettore dello scavo di Efeso dal 2015. Ne divenne direttore nel 2024. Pubblicò il Pritaneo (2010) e il ginnasio di Vedio; questo sito lo segue sulla data delle terme di Scolastica.

Alice Waldner

Archeologa dell’Istituto Archeologico Austriaco, nello scavo di Efeso dal 2003 e specialista di ceramica. Il suo volume del 2020 sulla cronologia della via dei Cureti ripercorre la strada dalla rifondazione di Lisimaco all’epoca bizantina, e lega i lavori tardi sul cosiddetto tempio di Adriano all’inizio del VI secolo.

Ursula Quatember

Archeologa classica e ricercatrice edilizia austriaca (nata nel 1976), oggi professoressa di storia dell’edilizia e della città all’Università Tecnica di Berlino. Lavorò a Efeso dal 1997 al 2012 e guidò lo studio edilizio del cosiddetto tempio di Adriano, pubblicato nel 2017: il lavoro che ridatò il fregio del portico.

Werner Jobst

Archeologo classico austriaco (nato nel 1945), specializzato in mosaici romani, in seguito archeologo provinciale della Bassa Austria. Il suo Roman Mosaics from Ephesos I (1977) pubblicò i pavimenti delle case a terrazzo sull’Embolos. Citato qui sul cosiddetto bordello e sulla moneta trovata presso i Sette Dormienti.

Josef Keil

Storico dell’antichità, epigrafista e archeologo austriaco (1878-1963). Diresse lo scavo austriaco di Efeso dal 1926 al 1935, tenne cattedre a Greifswald e poi a Vienna, e in seguito diresse l’Istituto Archeologico Austriaco. Pubblicò la biblioteca di Celso con le sue iscrizioni, e datò molti testi del teatro dalla forma delle lettere.

Hilke Thür

Architetta, ricercatrice edilizia e archeologa classica austro-tedesca (nata nel 1941), che lavorò a Efeso dal 1975 al 2013 e guidò lo studio della via dei Cureti e della Casa Terrazzo 2. La sua lettura dell’Octagon, e dell’Heroon come tomba del fondatore della città, è qui discussa, non accettata.

Androclo

Il fondatore rivendicato da Efeso: un figlio del re Codro di Atene che, nella tradizione greca, guidò i coloni ioni fino al sito. Un oracolo promise che un pesce e un cinghiale gli avrebbero indicato dove costruire, e la città sorse dove uccise il cinghiale. I suoi discendenti erano ancora onorati come re ai tempi di Strabone.

Pausania

Viaggiatore greco, forse nato in Lidia intorno al 125 d.C., autore della Descrizione della Grecia in dieci libri, scritta tra circa il 155 e il 180. È usato qui per ciò che racconta di Efeso da lontano: la tomba del fondatore ancora visibile sulla strada dall’Artemision, e la sua spiegazione della fama della dea.

Cirillo di Alessandria

Vescovo di Alessandria, che aprì il concilio di Efeso il 22 giugno 431 senza attendere Giovanni di Antiochia e i suoi vescovi. Il concilio depose Nestorio quello stesso giorno; l’assemblea rivale di Giovanni, cinque giorni dopo, depose a sua volta Cirillo. Il contrasto fu ricomposto dalla Formula di Riunione del 433.

Winfried Elliger

Filologo classico tedesco (1930-2019), specialista di greco, che insegnò a Tubinga. Il suo Ephesos: Geschichte einer antiken Weltstadt (1985) racconta la città dalle origini al periodo turco, ed è il libro a cui questo sito attinge più spesso di ogni altro. Fu filologo, non uno scavatore.

Renate Pillinger

Archeologa cristiana, professoressa all’Università di Vienna e membro effettivo dell’Accademia austriaca delle scienze. Nel 1998 trovò, sotto uno strato più tardo di intonaco bianco, figure dipinte nella grotta sopra Efeso: Paolo che insegna, Tecla che ascolta da una finestra e sua madre accanto a lei, i nomi scritti in greco.

Fonti (248)

Ogni fonte è elencata una sola volta. I numeri rimandano alle affermazioni che sostiene; le date indicano quando la fonte è stata controllata.