Correzioni
Un registro pubblico di tutto ciò su cui abbiamo cambiato idea, e di ciò che ci ha convinti a farlo.
Quando qualcosa che abbiamo già pubblicato risulta sbagliato, o la ricerca fa un passo avanti, lo scriviamo qui invece di correggere la pagina in silenzio. Il registro di questa edizione italiana comincia vuoto dal giorno del suo lancio: ogni correzione successiva sarà elencata con la pagina e la sezione interessate, insieme a un collegamento datato che riporta a questa pagina.
| Corretto | Pagina | Cosa dicevamo | Cosa diciamo ora | Su quali prove |
|---|---|---|---|---|
| Grande Teatro | Le tre porte monumentali all'estremità della via del Porto venivano presentate come un conteggio definitivo degli scavatori. | Il testo segnala ora che il conteggio non è del tutto chiuso: un rilievo sul quartiere portuale descrive un quarto edificio di porta, che chiudeva la stessa via alla sua estremità orientale, e una porta più antica, a tre passaggi, più a est, che potrebbe segnare la posizione del bacino portuale di età augustea. | Stefan Groh, Jahreshefte des Österreichischen Archäologischen Institutes, vol. 75 (2006); la datazione adrianea della porta centrale, contro la proposta ellenistica più antica, viene dal rapporto di scavo del 1905. | |
| Grande Teatro | La cronologia più vecchia dell'edificio scenico – costruzione distribuita fra Claudio, Nerone e Traiano – veniva presentata come se fosse ancora una lettura alternativa in discussione tra gli specialisti. | Il testo chiarisce che quella cronologia più vecchia non è una lettura rivale, ma una posizione superata: la pubblicazione finale degli scavatori austriaci data l'edificio scenico all'85 d.C., sotto i Flavi, sulla base della sua stessa iscrizione, e considera quell'intervento il più profondo che il teatro abbia mai conosciuto. | La pubblicazione finale di Friedrich Krinzinger e Martino Ruggendorfer, Forschungen in Ephesos II/1 (2017); la data dell'85 d.C. è confermata da fonti indipendenti ulteriori, mentre la vecchia proposta di Winfried Elliger, l'anno 66, è superata. | |
| Casa di Maria | L'ambiguità del testo del concilio del 431 sulla presenza di Maria a Efeso veniva segnalata, ma senza il sostegno delle altre fonti antiche sugli ultimi giorni della Vergine. | Il testo aggiunge ora il sostegno indipendente di Vasiliki Limberis: le otto versioni antiche del racconto sulla morte di Maria concordano tutte nel dire che fu sepolta vicino a Gerusalemme, nessuna la porta a Efeso; e la lettera di Cirillo di Alessandria sul concilio descrive il luogo dell'assemblea solo come una chiesa che alcuni chiamavano di Maria, ben lontano da un'affermazione che vi avesse vissuto. | Vasiliki Limberis, nel volume curato da Koester, 1995, pp. 325-327; restano citate anche l'osservazione di Epifanio di Salamina e la lettura della Catholic Encyclopedia del 1909 sul testo del 431. | |
| Basilica di San Giovanni | Il numero delle torri sulla collina di Ayasuluk veniva dato per un'unica cifra, 15, come se descrivesse l'intero sistema difensivo della collina. | Il testo distingue ora due circuiti murari: 15 torri e due porte per il castello di vertice, secondo il Ministero della Cultura; 20 torri in tutto, comprese le quattro della Porta della Persecuzione, per il circuito più basso attorno alla chiesa, secondo un rapporto di scavo. I due conteggi, spiega il testo, descrivono con ogni probabilità mura diverse. | Il conteggio delle 20 torri è nel rapporto di scavo sull'altare dell'Artemision (Forschungen in Ephesos XII/2) e in Clive Foss, 1979, p. 113. | |
| Chiesa di Efeso | Si diceva che Egeria avesse progettato la sua visita a Efeso negli anni Ottanta del IV secolo, senza segnalare che le fonti non concordano né sulla data né sul fatto che sia davvero arrivata in città. | Il testo mantiene gli anni Ottanta come datazione standard del diario di Egeria, ma segnala ora il disaccordo: Clive Foss, e più tardi altri studiosi, la collocano più vicino al 400 d.C.; e di questi, solo l'ultima coppia sostiene che sia davvero arrivata in città, non solo che si fosse messa in viaggio. | Nikolaos Karydis (2016) e Andreas Pülz danno la datazione tradizionale; Clive Foss, 1979, p. 43, e Sabine Ladstätter con Paul Magdalino danno quella più tarda. | |
| Chiesa di Efeso | La datazione della chiesa di Maria (chiesa del Concilio) veniva presentata con due sole posizioni: l'inizio del V secolo, e la lettura più radicale secondo cui nulla vi fu costruito prima del concilio del 431. | Il testo aggiunge ora una terza posizione, quella di Andreas Pülz, che dubita perfino della cronologia di sette mesi richiesta dalla lettura più radicale, pur condividendone la conclusione: nulla fu costruito prima del 431. | Andreas Pülz, Forschungen in Ephesos IV/4, che riporta anche gli scavi di Stefan Karwiese del 1999; si aggiunge lo studio di Angelica Degasperi (2013). | |
| Dintorni di Efeso | L'edificio della grotta dei Sette Dormienti veniva datato al tempo di Teodosio II, seguendo semplicemente la cronologia della leggenda. | Il testo distingue ora l'edificio dalla leggenda: una moneta trovata sotto il mosaico originale del pavimento data la costruzione alla fine del IV secolo, sotto Teodosio I, mezzo secolo prima del miracolo che dovrebbe commemorare, con la dedica ai Sette Dormienti aggiunta solo nel V secolo. | I volumi di scavo dell'Istituto Archeologico Austriaco; Clive Foss, 1979, p. 85, concorda in modo indipendente. | |
| Città antica | Si diceva spesso che gli abitanti avessero continuato a vivere nelle case a terrazzo anche a lungo dopo il terremoto del III secolo. | Per la Casa Terrazzo 2, gli scavatori escludono oggi del tutto un ritorno all'uso residenziale: la rovina passò alla lavorazione dei metalli nel V-VI secolo e a mulini ad acqua nel VII. | I volumi di scavo dell'Istituto Archeologico Austriaco. Le eleganti abitazioni tardoantiche descritte in resoconti più vecchi, avverte il testo, appartengono in realtà alla Casa Terrazzo 1, un edificio distinto accanto a questo. | |
| Basilica di San Giovanni | Le date solite per gli scavi della basilica – 1920-21 per l'archeologo greco Soteriou, 1926-31 per l'Istituto Archeologico Austriaco – venivano riportate senza avvertire che entrambe sono sbagliate di un anno. | Il testo corregge entrambe: Georgios Soteriou scavò nel 1921, non nel 1920, e abbandonò il lavoro l'anno seguente; il 1926, per gli austriaci, è l'anno in cui la ricerca riprese a Efeso nel suo complesso, mentre il lavoro sulla chiesa vera e propria andò dall'autunno del 1927 al 1931. | Il rapporto di scavo di Hans Hörmann, Forschungen in Ephesos IV/3 (1951), e Winfried Elliger 1985, p. 195, confermano indipendentemente le date corrette. | |
| Basilica di San Giovanni | Il sarcofago all'origine dell'equivoco veniva segnalato come conservato altrove, senza indicarne la destinazione né la data del trasferimento. | Il testo aggiunge ora la sua storia: fu staccato dal muro e acquisito per il duca di Bedford entro il 1828, e oggi si trova a Woburn Abbey, in Inghilterra. Un grande frammento della sua base fu lasciato sul posto, dove gli scavatori austriaci lo ritrovarono e lo fotografarono nel 1895; sia il frammento sia la fotografia sono da allora andati perduti. | La provenienza di Woburn Abbey è documentata da Carola Kintrup e da Andreas Pülz, Forschungen in Ephesos IV/4; è ancora Kintrup a segnalare la perdita del frammento e della fotografia. | |
| Basilica di San Giovanni | L'equivoco che diede il nome alla Porta della Persecuzione veniva datato genericamente, senza indicare che gli studiosi non concordano sul secolo. | Il testo segnala ora il disaccordo: uno studio nella collana di scavo della chiesa colloca l'equivoco nel XIX secolo, mentre Carola Kintrup, nello studio dedicato a questi stessi sarcofagi, lo attribuisce a viaggiatori del Sei e Settecento. Più solido è che i rilievi fossero già descritti nel 1678, e che un visitatore del XVIII secolo li leggesse correttamente come Achille e Patroclo. | Andreas Pülz, Forschungen in Ephesos IV/4, colloca l'equivoco nell'Ottocento; Carola Kintrup lo attribuisce al Sei-Settecento. La descrizione del 1678 è quella di Spon e Wheler, riportata da Hans Hörmann (1951) e da Winfried Elliger (1985). | |
| Basilica di San Giovanni | Il numero delle cupole della basilica veniva riportato in due modi discordanti – sei secondo alcune fonti, cinque secondo altre – senza spiegazione. | Il testo risolve ora il disaccordo come questione di tempo, non di conteggio: Procopio confrontò la chiesa che vide con la basilica a cinque cupole dei Santi Apostoli di Costantinopoli, ma descriveva la chiesa intermedia del 520 circa, non l'edificio a sei campate che la navata aggiunta creò in seguito, quello che oggi si vede e si conta. | Nikolaos Karydis (2016). Il confronto di Procopio con i Santi Apostoli è nel suo resoconto delle opere di Giustiniano, letto qui attraverso la citazione di Karydis. | |
| Basilica di San Giovanni | L'edificio giustinianeo veniva descritto come un'unica campagna di costruzione, iniziata verso la metà del VI secolo e conclusa, secondo il computo tradizionale, entro il 565. | Il testo segue ora la lettura di Nikolaos Karydis, che ha riesaminato i disegni originali dello scavatore: due campagne giustinianee distinte – una chiesa a cinque cupole già in piedi verso il 520, seguita da una navata aggiunta verso il 548-550, l'unica parte con il monogramma di Teodora, morta nel 548. La prova sta nelle fondazioni del braccio ovest, di due spessori diversi. La lettura tradizionale, a campagna unica, resta comunque citata. | Nikolaos Karydis, articolo del 2016 sull'evoluzione della chiesa in età bizantina (Jahreshefte des Österreichischen Archäologischen Institutes, vol. 84). Procopio registra la ricostruzione nel suo resoconto delle opere di Giustiniano. Clive Foss, 1979, p. 88, cita l'ordinazione di settanta sacerdoti nel 541 come prova che l'edificio fosse già utilizzabile. | |
| Errori delle guide | Il nome dell'architetto della moschea compariva nella forma abbreviata Ali ibn al-Dimashqi, ripresa dalle letture europee dell'iscrizione. | Il testo adotta ora la forma completa, Ali ibn Mushaimish al-Dimashqi: le letture europee della pietra danno la forma abbreviata «Ali il Damasceno», mentre la ricerca turca riporta il patronimico Müşeymeş che quelle omettono. È lo stesso uomo; il sito usa la forma completa. | La forma abbreviata compare nei volumi di scavo austriaci; la forma completa è quella dell'Enciclopedia islamica della Diyanet turca. | |
| Dintorni di Efeso | L'iscrizione della moschea di İsa Bey veniva data semplicemente per il 1374-75, senza indicare che la lettura del mese sulla pietra è incerta. | Il testo precisa ora che l'iscrizione data l'edificio al nono giorno di un mese del 776 dell'Egira, e che la parte danneggiata della riga si presta a due letture: Shawwal, che dà il 13 marzo 1375 (la più seguita), oppure Sha'ban, che dà sabato 13 gennaio 1375. | La prima lettura segue l'edizione del testo arabo curata da Bayat, adottata da Sabine Ladstätter e Paul Magdalino; la seconda è di Josef Karabacek, che decifrò un calco in gesso nel 1906. Una terza data, il 30 gennaio 1375, ancora a stampa in Clive Foss (1979), non corrisponde a nessuna delle due letture. | |
| Città antica | Mazeo e Mitridate venivano presentati come liberti di due patroni diversi – Mazeo di Augusto, Mitridate di Agrippa – come un fatto accertato per entrambi. | Il testo segnala ora che solo metà è documentata: una lapide chiama Mitridate liberto di Agrippa, ma il patrono di Mazeo non compare in alcuna iscrizione, e i rapporti di scavo divergono su di lui. | Un volume di scavo attribuisce a Mazeo la stessa condizione di Mitridate; un altro chiama entrambi liberti di Augusto. L'iscrizione della porta stessa si limita a rivolgersi ai loro ex padroni, senza nominarli. | |
| Città antica | Le lunghezze pubblicate per via del Porto venivano presentate come un intervallo continuo, tra circa 500 e 570 m. | Il testo distingue ora due gruppi distinti di misure, non un intervallo: uno intorno ai 500 m, uno intorno ai 600, probabilmente perché fanno iniziare e finire la via in punti diversi. | Il gruppo dei 600 m viene da Winfried Elliger 1985, dal rapporto di scavo del 1905 e da Hendrik Dey (2015); quello dei 500 m da Andreas Pülz e dal volume di Sabine Ladstätter e Paul Magdalino sulla città bizantina. | |
| Città antica | Le misure dell'agorà commerciale circolavano in modo apparentemente contraddittorio, come se una sola cifra – circa 111 metri di lato – potesse essere quella giusta. | Il testo distingue ora due misure, entrambe corrette: il cortile interno tra i portici è di circa 112 m di lato, mentre l'intero isolato, portici e botteghe comprese, arriva a circa 154 m. | I rilievi pubblicati nella collana Forschungen in Ephesos e Guy MacLean Rogers, 1991, p. 100; la differenza, spiega il testo, è questione di cosa si misura, non un disaccordo fra fonti. | |
| Città antica | La lunghezza della Basilike Stoa veniva data per un'unica cifra, circa 167 m, come un dato acquisito. | Il testo affianca ora il rilievo di Stefan Groh, che la porta a 195 per 20 m contando anche le sale alle estremità: le due cifre probabilmente misurano estensioni diverse, più che contraddirsi. | Stefan Groh, Jahreshefte des Österreichischen Archäologischen Institutes, vol. 77 (2008). La dedica della Stoa resta sicura: la offrirono, nell'11 d.C., Gaio Sestilio Pollione e la sua famiglia ad Artemide, Augusto, Tiberio e alla città. | |
| Città antica | Le date del ritrovamento dell'Octagon venivano date per certe – il 1904 per lo sgombero, il 1929 per l'apertura della camera funeraria. | Il testo segnala ora che le fonti non coincidono: lo sgombero è il 1904 nella letteratura più vecchia e il 1905 nel volume di scavo; l'apertura della camera è il 1929 secondo il resoconto più vecchio e il 1926 secondo studi più recenti. L'accesso meridionale fu raggiunto solo nel 1982-83. | Forschungen in Ephesos XI/4; finché i diari di scavo non saranno riletti per intero, il testo nomina entrambe le date invece di sceglierne una. | |
| Grande Teatro | Molte guide attribuiscono ancora la costruzione del Grande Teatro a Lisimaco, e una piccola fontana datata al 280 a.C. circa veniva talvolta presa a sostegno di quella data. | Il testo segue la datazione degli scavatori austriaci – il secondo quarto del II secolo a.C. – e affianca due altre posizioni: Stefan Karwiese propone un inizio verso il 100 a.C.; la piccola fontana, datata su base stilistica al 280 a.C., appartiene a un edificio secondario, non alla cavea, e non prova che sia stato Lisimaco a dare inizio al teatro. | La pubblicazione finale di Friedrich Krinzinger e Martino Ruggendorfer, Forschungen in Ephesos II/1 (2017), pp. 513 e 515. La proposta di Karwiese, verso il 100 a.C., è per ora nota solo per nome. | |
| Biblioteca di Celso | La relazione di scavo della biblioteca presentava come acquisita la propria ricostruzione: la facciata rimasta in piedi come fondale della fontana costruita verso il 400 d.C. | Il testo affianca ora una lettura diversa, tratta da uno studio più recente sulla vicina casa a terrazzo: la facciata sarebbe già collassata durante le distruzioni del III secolo, e la biblioteca rimasta in rovina a lungo prima che la vasca venisse costruita davanti a essa – non il contrario. Quale versione sia corretta richiede un nuovo esame dei blocchi stessi. | La prima lettura è di Josef Keil, Forschungen in Ephesos V, pp. 80 e 83; la seconda di Elisabeth Rathmayr, Forschungen in Ephesos VIII/10, p. 6. Nessuna delle due è preferita. | |
| Biblioteca di Celso | L'iscrizione della base di Ennoia veniva letta come un omaggio a chi aveva semplicemente pagato un restauro successivo della facciata. | Il testo corregge la lettura: l'iscrizione dipinta, non scolpita, sostituì la dedica originaria di Celso per Ennoia. Josef Keil legge Filippo come l'architetto premiato con una statua rititolata a suo nome; James Harrison legge la stessa iscrizione come un'appropriazione più semplice. Chi fosse Filippo resta aperto; che la base sia stata rietichettata no. | Josef Keil, Forschungen in Ephesos V, pp. 71 e 83; James Harrison, nel volume curato con Welborn, 2018, p. 21. Un confronto vicino alla biblioteca è datato su base paleografica al 435 d.C. circa. | |
| Città antica | Il nome antico della via dei Cureti veniva reso come Embolos, glossato come «cuneo», per la forma con cui la valle si restringe. | Il testo mantiene Embolos ma abbandona la glossa «cuneo»: Clive Foss la respinge, perché embolos era semplicemente il termine tardoantico comune per una via colonnata, usato anche altrove. | Clive Foss, 1979, p. 66. Il nome moderno, via dei Cureti, viene dalle liste dei sacerdoti Cureti, ritrovate riusate come materiale da costruzione lungo il percorso. | |
| Città antica | L'estremità orientale curva dello stadio veniva descritta semplicemente come «chiusa» in età tardoromana per ricavarne un'arena, senza indicarne le dimensioni. | Il testo segue ora la lettura di Stefan Groh: un piccolo anfiteatro, con una gradinata di circa 40×50 m, fu inserito nella curva orientale, accorciando la pista da circa 232 a 184 m. | Stefan Groh, Jahreshefte des Österreichischen Archäologischen Institutes, vol. 77 (2008); la colloca in un modello più ampio, quello degli anfiteatri costruiti tardi nell'oriente greco dentro stadi già dismessi, come ad Afrodisia. | |
| Città antica | La sala marmorea con la statua di Antonino Pio veniva chiamata «sala dell'imperatore», come se il nome descrivesse una funzione di culto imperiale accertata. | Il testo chiarisce che quel nome fu un'etichetta coniata negli anni Venti da Josef Keil, il quale la considerava lui stesso infelice; il rapporto di scavo non trova alcun elemento che leghi la sala al culto dell'imperatore, e preferisce «sala di marmo», dai pannelli decorati del pavimento. | Martin Steskal e Gilbert La Torre, Forschungen in Ephesos XIV/1. La superficie del ginnasio, quasi 13.000 m², resta confermata dallo stesso volume; la misura alternativa di Stefan Groh la affina senza contraddirla. | |
| Città antica | La dedica del Ginnasio di Vedio veniva riportata in due modi diversi – ad Artemide o ad Afrodite – senza che il sito si pronunciasse. | L'iscrizione dell'edificio stesso risolve la questione: la dea è Artemide, accanto ad Antonino Pio. | Martin Steskal e Gilbert La Torre, Forschungen in Ephesos XIV/1, che riportano le iscrizioni della dedica, databile al 147-149 d.C. Afrodite era un errore diffuso online. | |
| Città antica | La fine del porto veniva talvolta collegata all'eruzione di Santorini del 726 d.C., come se l'insabbiamento fosse avvenuto in un unico evento databile. | Il testo descrive ora un porto insabbiato progressivamente, dragato più volte fino alla fine del III secolo, rimasto in uso – negli ultimi tempi solo per piccole imbarcazioni – fino all'XI o al XII secolo. Oggi sopravvive come un lago paludoso, a circa 5 km dal mare. | La cronologia dell'uso del porto viene dai volumi di scavo austriaci e da Clive Foss, 1979, p. 186. Il testo non attribuisce più la fine del porto all'eruzione di Santorini del 726. | |
| Tempio di Adriano | Il restauro di Scholastikia alle terme dietro il tempio veniva collocato genericamente nel IV o nel V secolo, come un dato di fatto. | Il testo segnala ora un disaccordo di oltre un secolo: Peter Scherrer colloca l'intervento verso il 400 d.C., Martin Steskal sostiene la prima metà del VI secolo. Ursula Quatember, pesando entrambe le letture, conclude che nessuna è dimostrabile con le prove attuali. L'edificio, inoltre, cambiò nome due volte prima di essere identificato come le terme di Vario solo nel 1978. | La discussione delle datazioni e la conclusione di Ursula Quatember sono a p. 130 di Forschungen in Ephesos XI/3 (2017); l'identificazione del 1978 è a p. 125 dello stesso volume. | |
| Città antica | La capienza del Bouleuterion, chiamato anche Odeon, veniva data per circa 1.400 o 1.500 posti secondo le diverse fonti consultate. | Il conteggio delle file superstiti – cavea inferiore di 15 file in 5 cunei, cavea superiore di 10 file in 10 settori – porta il testo a superare i 1.600 posti. | Il conteggio è di Lionel Bier, Forschungen in Ephesos IX/5, p. 48. | |
| Città antica | Publius Vedius Antoninus veniva considerato da tempo il fondatore del Bouleuterion, verso il 150 d.C. | Il testo segnala ora che un edificio esisteva già nel 128/129 d.C. – lo prova una lettera incisa sotto il rivestimento marmoreo pagato dallo stesso Vedius – per cui il suo intervento fu un rifacimento, non una fondazione. | Lionel Bier, The Bouleuterion at Ephesos, Forschungen in Ephesos IX/5 (2011), contro la datazione alternativa di Stefan Groh (11 a.C.), basata su un rilievo di superficie e non sull'edificio stesso, qui non seguita. | |
| Città antica | Le guide chiamano il rifacimento tardo delle Terme del Porto «Terme di Costantino», un'attribuzione spesso liquidata come inattendibile. | Il testo corregge l'imperatore, non il nome popolare: il lavoro fu commissionato sotto Costanzo II dal proconsole Lucio Celio Montius, e il complesso prese il nome ufficiale di Thermae Constantianae. Il nome nelle guide storpia Costanzo, non Costantino. | Due volumi di scavo lo confermano in modo indipendente (Forschungen in Ephesos X/2, p. 19, e XIV/1, p. 2); Clive Foss lo aveva già letto dalle iscrizioni della città, 1979, p. 60. | |
| Biblioteca di Celso | I rilievi del cosiddetto Monumento dei Parti venivano datati, senza troppa discussione, alla guerra partica di Lucio Vero degli anni 160, con il 170 d.C. spesso citato. | Il testo segue ora la lettura di Alice Landskron: il fregio non mostra alcuna campagna partica identificabile, e il gruppo di imperatori sulla lastra complementare può rappresentare solo l'assestamento successorio della prima metà del 138 d.C., perché Lucio Vero non aveva ancora un tipo ritrattistico prima del 161. Una testa un tempo letta come un Lucio Vero postumo risulta priva di velo, il che toglie sostegno alla datazione più tarda. | Alice Landskron, Jahreshefte des Österreichischen Archäologischen Institutes, vol. 77 (2008), pp. 62-70; è l'unica voce sulla nuova data, citata per nome. La lettura che vedeva i rilievi come base di un altare è stata respinta da Portale nel 2011. Una lettura precedente aveva già proposto i primi anni Quaranta del II secolo. | |
| Tempio di Artemide | Il ritrovamento dell'edificio del Pritaneo, nel settembre 1955, e quello delle statue di Artemide, un anno dopo, venivano spesso raccontati come un solo evento, e il numero di statue riportate alla luce era dato per certo. | Il testo separa ora le due date – l'edificio nel settembre 1955, le statue fra il 18 settembre e il 3 ottobre 1956, nell'ordine Artemide Bella, la figura più piccola, infine l'Artemide Colossale – e tratta il numero delle statue come questione aperta, senza indicare una cifra. | Le date vengono dal diario di scavo di Franz Miltner, riportato in Martin Steskal, Forschungen in Ephesos IX/4 (2010), p. 364. Sul numero le fonti divergono: il testo tedesco di Wikipedia ne conta tre, un articolo online due, Guy MacLean Rogers (2012, p. 180) quattro. | |
| Città antica | Si riteneva che i cristiani avessero demolito l'edificio augusteo del Pritaneo, e le guide collegavano i pezzi riusati nelle terme di Scolastica a una demolizione anteriore alla fine del IV secolo. | Il nuovo studio dedicato all'edificio non trova alcuna demolizione volontaria: solo i danni, mai riparati, di una serie di terremoti databile al 358-368 d.C. circa. Le pietre furono asportate sul serio solo nella prima metà del VI secolo. | Martin Steskal, Das Prytaneion in Ephesos, Forschungen in Ephesos IX/4 (2010), p. 364, che sostituisce la lettura di Franz Miltner – il quale, scavando l'edificio negli anni Cinquanta, aveva creduto a una distruzione cristiana. | |
| Storia | La città bassa veniva descritta come largamente abbandonata verso il IX o il X secolo; una lettura diffusa la spingeva fino al XII. | Il testo colloca ora l'abbandono più tardi: la città bassa era ancora abitata nell'XI secolo e restava meta di pellegrinaggi cristiani, con il santuario della chiesa di Maria (chiesa del Concilio) ricostruito proprio in quel secolo. Solo dopo l'XI i reperti si fanno rari, ma le sepolture intorno alla chiesa proseguono fino almeno al XIV. | Sabine Ladstätter e Paul Magdalino, nel loro volume sulla città bizantina, pp. 61 e 63, sostengono l'occupazione fino all'XI secolo; lo studio di Angelica Degasperi sulla chiesa (2013, p. 97) documenta le sepolture fino al XIV. | |
| Tempio di Adriano | Il diario di scavo del 1957 registrava la posa delle basi di «Diocleziano e Costantino» davanti al tempio, e le guide hanno ripetuto da allora il nome di Costantino. | Il testo nomina ora correttamente le quattro statue: tre basi per i Tetrarchi – Galerio, Diocleziano e Costanzo I – furono donate dal proconsole Iunius Tiberianus fra il 293 e il 303; una statua di Massimiano fu poi sostituita da una del padre di Teodosio I, fra il 379 e il 387. Il nome «Costantino» viene dal diario di scavo del 1957; lo studio architettonico identifica quel sovrano come Costanzo I. | Ursula Quatember, Forschungen in Ephesos XI/3, pp. 84-85 e 378, che cita anche il diario di scavo del 17 ottobre 1957 all'origine dell'equivoco. | |
| Tempio di Adriano | Per gran parte del tempo trascorso dallo scavo, il fregio del portico veniva letto come molto più tardo dell'edificio: Robert Fleischer lo datò, nel 1967, al montaggio fra il 383 e il 387, mentre Beat Brenk lo riportò all'epoca della Tetrarchia. | La pagina segue ora lo studio architettonico di Ursula Quatember (2017): poiché l'angolo nord-orientale del portico non fu mai alterato, i blocchi del fregio incastonati lì appartengono all'edificio stesso, al primo quarto del II secolo; crollò e fu ricostruito, nel IV secolo, solo il lato occidentale. Peter Scherrer era arrivato in modo indipendente alla stessa conclusione, confrontando la scultura con l'Arco di Tito e l'Hadrianeum di Roma. | Ursula Quatember, Forschungen in Ephesos XI/3 (2017), pp. 82 e 105-111, con il confronto di Scherrer a p. 110. Le datazioni superate sono quelle di Fleischer (1967) e Brenk (1968). Gli originali dei pannelli sono nel museo di Efeso a Selçuk; sull'edificio restano i calchi. | |
| Città antica | La fine della città antica veniva datata semplicemente al 614 o al 616, attribuita alla guerra persiana. | Il testo colloca ora la distruzione, su base numismatica, intorno al 610-616, con alcuni contesti fino agli anni Venti o Trenta del secolo; la causa resta discussa fra guerra persiana e terremoto, e se si sia trattato di un solo evento o di più è ormai messo in dubbio. Le mura ridotte che seguirono erano già in piedi nel 609/610. | La datazione numismatica viene dalle monete di Foca e dei primi anni di Eraclio trovate negli strati di distruzione in tutta la città. Il terminus del 609/610 per le mura si ricava da acclamazioni imperiali incise presso una porta del teatro. Sabine Ladstätter dubita del modello della catastrofe unica. | |
| Tempio di Artemide | Tra le ipotesi sulle forme ovali sul petto della statua di Artemide, quella di Gerhard Seiterle – scroti di tori sacrificati – veniva riportata senza indicare chi la sostiene e chi la respinge. | Il paragrafo nomina ora le parti in causa: Dieter Knibbe la riporta con serietà e Guy MacLean Rogers vi è incline, mentre Rick Strelan la respinge perché l'analogia si fonda su un racconto relativo a una dea del tutto diversa, e Lynn LiDonnici la giudica poco fondata. Lo stesso Strelan propone un'alternativa poco seguita: il tronco di una palma da datteri. | Rick Strelan 1996, p. 89, respinge la teoria di Seiterle e propone il tronco di palma; Dieter Knibbe, nel volume curato da Koester, 1995, p. 142, riporta la teoria e le obiezioni; Guy MacLean Rogers 2012, p. 357, pende a favore. Nessuno degli antichi descrive davvero quegli oggetti. | |
| Case a terrazzo | Che le case a terrazzo non siano mai state ricostruite come residenze di lusso veniva presentato come prova che i disastri del III secolo avessero chiuso l'apice imperiale della città. | Il testo mantiene il primo fatto ma tratta il secondo come discusso: la città superò la transizione fra III e IV secolo che pose fine ad altre città d'Oriente, e dalla fine del IV secolo torna a essere, negli scavi, una metropoli animata attorno al ginnasio del porto. Quel che finì nel III secolo fu un certo tipo di ostentazione aristocratica, non la città stessa. | L. Michael White, nel volume curato da Koester, 1995, p. 29, sostiene che Efeso attraversò la crisi del III-IV secolo senza esserne travolta; un volume di scavo (Forschungen in Ephesos XVIII/1, p. 323) descrive una metropoli animata dalla fine del IV secolo. | |
| Storia | Il terremoto del III secolo veniva datato semplicemente al 262 d.C., come un dato archeologico accertato. | Il testo colloca ora il terremoto nel regno di Gallieno (253-268), spiegando che l'anno 262 viene dalla Historia Augusta ed è tradizionale, non archeologico; la distruzione della casa a terrazzo 2 è invece datata dagli scavi al terzo quarto del III secolo. Sabine Ladstätter dubita inoltre che si sia trattato di un'unica catastrofe, trovando circa cinquant'anni fra due distruzioni cittadine. | La datazione della casa a terrazzo 2 viene dai volumi di scavo austriaci, a firma di Sabine Ladstätter, che è anche la fonte del dubbio sulla catastrofe unica. L'anno 262 risale alla Historia Augusta, la cui affidabilità gli storici moderni mettono in dubbio. | |
| Dove si trova Efeso? | La fondazione ionica di Efeso veniva datata all'XI-X secolo a.C. senza distinguere il santuario dall'abitato, come se la ceramica più antica trovata sul posto provasse anche l'esistenza di una città di quell'epoca. | Il testo mantiene la tradizione dell'XI-X secolo a.C., ma precisa ora che la ceramica greca più antica proviene dai terrazzamenti del santuario sotto l'Artemision, non da un abitato: nessuna città di quella data è finora emersa. | Winfried Elliger 1985, p. 18, colloca la migrazione principale fra il 1100 e l'800 a.C. e, a p. 20, osserva che a Efeso mancano ritrovamenti ionici così antichi. Peter Scherrer 2008, p. 327, non trova nulla, sul lato costiero, precedente alla metà dell'VIII secolo a.C. | |
| Storia | Efeso veniva chiamata senz'altro la capitale della provincia romana d'Asia, al posto di Pergamo. | Il testo mantiene la formula ma la circoscrive: la provincia non aveva una capitale nel senso moderno, perché il governatore percorreva un circuito di città giudiziarie e la legge richiedeva solo che sbarcasse a Efeso. Le iscrizioni cittadine la chiamano «la prima e più grande metropoli d'Asia», un titolo onorifico, non un rango amministrativo. | Winfried Elliger 1985, p. 61, e Fredrick Long, nel volume curato da Harrison e Welborn, 2018, p. 200, sostengono la versione netta. La prova in senso contrario è lo sbarco obbligato del proconsole, richiesto da Ulpiano e discusso da Rogers 2012, p. 350: riguarda il circuito giudiziario, non uno statuto di capitale. | |
| Storia | Si ripeteva, sulla scorta di Pausania, che Lisimaco avesse distrutto le vicine Lebedo e Colofone, trasferendone a forza gli abitanti nella nuova Efeso. | Il testo attribuisce ora la frase a Pausania invece di enunciarla come fatto, e la corregge: né Lebedo né Colofone scomparvero. Un ufficiale dello stesso Lisimaco assicura poi il controllo di Colofone, e i coloni di Lebedo compaiono a Efeso come una divisione riconosciuta del corpo civico, non come profughi. Il trasferimento forzato di persone resta credibile; la rasa al suolo delle due città no. | Winfried Elliger 1985, p. 48, definisce un'esagerazione l'affermazione di Pausania; Guy MacLean Rogers 2012, p. 67, la riporta senza farla propria. Lo stesso Rogers (p. 43) colloca la messa in sicurezza di Colofone nel 302 a.C., e (p. 344) documenta i coloni di Lebedo come tribù civica di Efeso. | |
| Città antica | Le date 1954 e 1956, legate agli scavi austriaci sotto Franz Miltner, venivano lette come in contraddizione fra loro. | Il testo mantiene entrambe le date ma le spiega come due fatti distinti: Miltner diresse lo scavo austriaco dal 1954, e le campagne annuali ripresero nel 1956 dopo un'interruzione di diciannove anni dovuta alle due guerre mondiali. Restò alla direzione fino alla morte, nel luglio 1959. | La cronologia della ricerca austriaca colloca la ripresa delle campagne annuali nel 1956; un volume della collana Sonderschriften dell'Istituto Archeologico Austriaco data l'inizio della direzione di Miltner al 1954. Il suo scavo del Pritaneo è datato al 1955/56 nel volume IX/4 di Forschungen in Ephesos. | |
| Storia | La presa di Efeso da parte di Creso veniva descritta con un'unica formula, senza indicare che il modo in cui la città fu sottomessa è raccontato diversamente dagli studiosi. | Il paragrafo distingue ora le letture: Winfried Elliger vede una città libera sotto tributo, con il governante Pindaro allontanato; Guy MacLean Rogers scrive di un'espulsione senza appello; Christine Thomas fa risparmiare la città del tutto. Nessuno scrittore antico indica un anno: il consueto «verso il 560 a.C.» è ricavato dalla data di ascesa al trono di Creso. | Erodoto (1.26-27) ha gli efesini attaccati per primi e i greci d'Asia infine tributari, senza fornire una data. Elliger 1985, p. 31, legge una città libera sotto tributo; Rogers 2012, p. 31, parla di espulsione netta di Pindaro; Christine Thomas, nel volume curato da Koester, 1995, p. 99, riferisce la versione che risparmia la città. | |
| Storia | La provincia romana d'Asia veniva datata senza discussione al 129 a.C., l'anno dopo la repressione della rivolta di Aristonico. | La pagina mantiene il 129 a.C. come riferimento ma segnala che due specialisti indicano il 126: Steven Friesen data a quell'anno la provincia formale, e Guy MacLean Rogers colloca allora il completamento dell'organizzazione giudiziaria. Il testo concilia le due date: l'Asia fu costituita dopo il 129 a.C. e organizzata entro il 126. | Friesen 1993, p. 3, e Rogers 1991, p. 3, danno entrambi il 126 a.C. per la provincia organizzata; le fonti enciclopediche consultate in precedenza si fermavano al 129. Il testo presenta l'intervallo, non un verdetto. | |
| Tempio di Adriano | La relazione tra Adriano ed Efeso veniva presentata come un dato di fatto – le visite dell'imperatore e gli onori ricevuti – senza segnalare che il calore di quel legame è discusso. | Il testo mantiene le visite (124 d.C., probabilmente ancora nel 128/129) e gli onori, ma segnala ora il dibattito: Alice Landskron legge il rapporto come freddo, sostenendo che Pergamo e Smirne attirassero più attenzione di Efeso e che il vero boom edilizio appartenga al successore Antonino Pio; la pagina sulla storia di Efeso affianca a questa tesi le prove di segno opposto. | Landskron 2008, p. 76, è l'unica voce a favore di un rapporto freddo, citata per nome. A ridimensionarla: L. Michael White, nel volume curato da Koester, 1995, p. 54, colloca l'accelerazione dei cantieri già sotto Traiano e Adriano; un volume dedicato alle iscrizioni di Efeso registra il decreto sul grano d'Egitto di circa il 129, insieme alla pulizia del porto voluta da Adriano. | |
| Storia | Scrittori più vecchi, incluso il primo volume austriaco, presero il nome antico Coresso per una delle due colline della città. | Nessuna pagina del sito nomina oggi Coresso come una collina; se comparirà, la voce corretta è che fosse un quartiere della città, con un proprio porto e una propria porta, sul lato opposto della baia vicino allo Stadio. | Josef Keil dimostrò nel 1923, sulla base di un'iscrizione, che una strada «in Coresso» correva tra lo Stadio e l'Artemision, e che l'unico monte Coresso citato da una fonte antica si trova a quaranta stadi di distanza. Peter Scherrer (2008, p. 327) giunge in modo indipendente alla stessa conclusione. | |
| Storia | Il racconto di Strabone sull'inondazione voluta da Lisimaco veniva narrato come cronaca diretta, mentre l'insabbiamento geoarcheologico veniva offerto come «un motivo più pratico» – due spiegazioni presentate come rivali. | Il racconto resta, ma inquadrato come ostile e moralizzato: secondo Peter Scherrer i canali di scolo si intasarono davvero perché il mare in risalita ne aveva bloccato lo sbocco; un problema reale, ricordato poi come astuzia regale. Racconto e geoarcheologia non sono più due spiegazioni concorrenti, ma lo stesso evento narrato due volte. | Scherrer 2008, pp. 344-345, sostiene che i canali si bloccarono per il mare in risalita; Kraft e colleghi (2007, p. 135) giungono in modo indipendente alla stessa lettura e respingono l'ipotesi della vanità dinastica. Rogers 2012, pp. 60 e 63, resta la fonte per il quadro storico della rifondazione. Strabone racconta l'episodio circa tre secoli dopo i fatti, con un tono ostile a Lisimaco. | |
| Storia | Il trasferimento della popolazione voluto da Creso attorno all'Artemide veniva spiegato solo con la politica lidia, seguendo Strabone senza indicarne una causa. | Il paragrafo riporta ancora Strabone – gli efesini scesero dal monte fino all'Artemision sotto Creso – ma vi affianca la lettura di Peter Scherrer: il raccoglimento fu anche una scelta pratica, perché i porti della baia avevano smesso di funzionare, e i doni del re diedero a una popolazione mista qualcosa da condividere. Un volume di scavo aggiunge una cautela: le sepolture continuano in diversi vecchi siti anche dopo. | Scherrer 2008, p. 340, legge il sinecismo come risposta anche pratica al mare in risalita: è l'unica voce diretta, citata per nome. Stefan Groh, nel volume XIII/2 della collana Forschungen in Ephesos, p. 267, segnala che le sepolture proseguono altrove. Una variante minoritaria colloca lo spostamento in direzione opposta, verso la collina; non compare in nessuna pagina del sito. | |
| Storia | Il ritiro della costa veniva presentato come un processo unico: il delta del Caistro (oggi Küçük Menderes) avrebbe spinto la riva verso ovest con costanza fin dal 5000 a.C. circa, isolando via via ogni nuovo porto. | Il paragrafo distingue ora due fasi: nell'età arcaica ed ellenistica era il mare a salire, sommergendo banchine e canali di scolo; solo da epoca romana il delta avanza verso ovest, isolando i porti uno dopo l'altro. I torrenti che insabbiarono per primi il santuario, precisa il testo, scendevano dalle colline a sud, non dal Caistro. | Peter Scherrer (2008, pp. 340 e 345) distingue le due fasi e attribuisce l'insabbiamento più antico a corsi d'acqua minori dalle alture meridionali. John Kraft e colleghi (2007, p. 135) giungono in modo indipendente alla stessa lettura in due fasi. Strabone (14.1.21) conferma solo la sequenza degli insediamenti, senza indicarne la causa. | |
| Tempio di Artemide | La pagina respingeva l'episodio senza appello: l'idea che i cristiani avessero distrutto il tempio nel 401 non era «ben sostenuta», e l'attribuzione a Giovanni Crisostomo poggiava su prove scarse; il riquadro dei quattro errori ripeteva la stessa formula. | Il paragrafo espone ora una disputa reale, con la parola «distrutto» al centro: tre specialisti – Clive Foss, Vasiliki Limberis e Guy MacLean Rogers – concordano che la visita di Crisostomo nel 401 abbia posto fine al santuario, ma nessuno descrive una demolizione, e l'edificio era già in rovina dagli anni 260. Il 401 segna più probabilmente la fine del culto che del tempio; il riquadro dice ora che la parola antica è «spogliato», non «distrutto». | Foss 1979, p. 86, e Limberis, nel volume curato da Koester, 1995, p. 334, datano la chiusura del santuario al 401; Rogers 2012, p. 253, tiene il culto attivo fino ad allora. Il racconto di Palladio (Dialogus 14-15) narra un sinodo e sei vescovi deposti senza nominare il tempio; il linguaggio del «rovesciamento» viene da Cirillo di Alessandria e da Proclo di Costantinopoli, già dato per scontato da Prudenzio (verso il 402) e Paolino di Nola (405). |