L’Artemision, il tempio di Artemide a Efeso, compariva già nelle liste antiche delle meraviglie: Antipatro di Sidone chiudeva il suo catalogo con la casa della dea che si innalzava fino alle nuvole, al cui confronto tutto il resto appariva spento1. Ciò che si vede oggi sul posto è una sola colonna, rimontata con frammenti ritrovati in loco, i cui rocchi non provengono tutti dallo stesso fusto originale2. Tra questi due fatti si racchiudono oltre mille anni di costruzioni, incendi, ricostruzioni e spoliazioni, più una ricerca ottocentesca durata sei anni.

L’UNESCO inserisce il sito del tempio nella proprietà del Patrimonio Mondiale di Efeso, nella stessa componente della collina di Ayasuluk e dell’insediamento medievale3. Appartiene, insomma, ai luoghi intorno a Efeso più che alla città romana cinta di mura che la maggioranza dei visitatori percorre.

Dov’era il tempio di Artemide?

Il tempio si ergeva su un terreno basso e umido, ma quel terreno è sacro da prima di qualunque edificio vi fosse costruito sopra. La ceramica racconta che il luogo era già frequentato nell’età del Bronzo, e la nuova campagna austriaca ha portato alla luce ceramica greca arcaica nei terrazzamenti della bassa altura su cui si ergeva il primo tempio11. Il santuario non si spostò mai: nonostante le ricostruzioni e le inondazioni ricorrenti, mantenne sempre lo stesso punto esatto, e per l’archeologo Anton Bammer questo era la prova che fosse il luogo stesso, e non l’edificio, a essere sacro12.

La città, al contrario, cambiò posto più volte nel corso della storia di Efeso. Anche la linea di costa si mosse, e non in un solo movimento: durante i secoli arcaico ed ellenistico fu un mare in risalita a sommergere le opere portuali, mentre solo in epoca romana il delta del Küçük Menderes, l’antico Caistro, spinse la riva verso ovest, isolando i porti nell’entroterra uno dopo l’altro13. Stando a Strabone, gli Efesini scesero dai rilievi al tempo di Creso per stabilirsi accanto all’Artemision, restandovi fino ad Alessandro; oggi si indica in quello stesso mare in risalita, che aveva già reso inservibili i porti più antichi della baia, la causa più probabile14. Fu poi Lisimaco, uno dei successori di Alessandro, a raccogliere la popolazione dentro nuove mura, in una valle tra due colline: sono le rovine ellenistiche e romane di quel sito, non l’Artemision, a portare oggi il nome di Efeso15. Ecco perché il tempio e le rovine più celebri restano separati su qualsiasi pianta della città: la città se ne andò, la dea rimase.

Le due, comunque, restavano legate da strada e da rito. La via dei Cureti, la strada marmorea che risale attraverso la città romana, ignora la maglia urbana intorno a sé: un segno della sua grande antichità e del suo ruolo di percorso processionale per Artemide16. Il cimitero dei gladiatori venne alla luce nel 1993, durante un rilievo condotto proprio su quella via processionale tra l’Artemision e la città17.

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Il sito del tempio di Artemide con la sua unica colonna, e la moschea di İsa Bey e il castello di Ayasuluk sullo sfondo
Fig. 1 I tre monumenti visibili insieme raccontano tremila anni di storia dello stesso luogo.

I primi templi

Il tempio più antico individuato è un piccolo edificio noto come Naos 1: una cella circondata da quattro file di otto colonne di legno su basi di scisto verde, oggi datata al 660-640 a.C. circa5. Una datazione più alta, all’VIII secolo a.C., e l’idea che fosse il primo tempio periptero della Ionia sono state entrambe abbandonate5.

Il primo santuario non ebbe vita facile. Razziatori cimmeri assalirono Efeso e il santuario a metà del VII secolo a.C.18, e Callino di Efeso, tra i primi poeti elegiaci greci di cui restano dei versi, lasciò un frammento che esorta i suoi concittadini a combatterli19. Bammer trovò oltre mezzo metro di sabbia sopra il tempio più antico e l’interpretò come detrito di un’inondazione, con gocce d’ambra forate che pensava fossero appese all’antica immagine di culto in legno; ricerche più recenti sostengono invece che quello strato possa essere un riporto intenzionale20.

Ciò che le fondamenta custodivano è la miglior prova disponibile dell’arte arcaica a Efeso. Lo scavo del British Museum diretto da David Hogarth nel 1904-05 trovò, racchiuso nella base che aveva sostenuto l’immagine di culto, un deposito di piccole offerte: ornamenti d’oro, elettro e bronzo, fibule e figure d’avorio, tra cui una sfinge di quasi 30 cm e una donna con uno scettro sormontato da un falco, letta come sacerdotessa della dea21. Winfried Elliger conta oltre mille pezzi nel deposito e altri duemila circa nei dintorni, e li considera il tesoro più antico del santuario, raccolto dopo il raid cimmerio e murato dentro alla ricostruzione del tempio. I bronzi sono quasi interamente gioielli: le armi, comuni in altri santuari greci dello stesso periodo, qui mancano del tutto21.

La colonna rialzata dell'Artemision riflessa nell'acqua, tra basi di colonna sparse
Fig. 2 L'acqua che allaga le fondamenta ne riflette la colonna, unico elemento verticale rimasto.

Le prime monete

Le stesse fondamenta restituirono anche alcune delle monete più antiche conosciute. La squadra di Hogarth ne recuperò circa 95 in elettro nel 1904-05, e quella austriaca di Bammer ne trovò altre 13 tra il 1980 e il 1994: 108 in tutto22. Tra queste c’era una piccola brocca di ceramica che racchiudeva un gruppo di monete, descritta come il più antico tesoretto monetale conosciuto23; le cifre pubblicate per la brocca oscillano tra 17 e 19 pezzi22. Gli originali di Hogarth finirono a Istanbul, mentre il British Museum espone copie galvaniche accanto alla brocca24.

Alcune monete in elettro molto antiche portano il nome di un certo Fanes, altrimenti ignoto: di solito vengono datate alla fine del VII secolo a.C. e spesso, senza che sia mai stato provato, attribuite a Efeso25.

Anche la scrittura efesina più antica venne dallo stesso terreno. Il corpus delle iscrizioni di Efeso si apre con una lamina d’argento scritta su entrambi i lati, che il suo editore Hermann Wankel data, in base alla forma delle lettere, al VI secolo a.C.: un rendiconto delle finanze del tempio, con oro e argento pesati e registrati, e denaro proveniente dal legname e, secondo una lettura che Wankel stesso segna come incerta, da dazi su nave e sale26.

Blocchi di marmo sparsi intorno a fondamenta allagate, al tempio di Artemide
Fig. 3 La falda acquifera alta tiene costantemente allagate le fondamenta dell'Artemision.

Creso e il tempio arcaico

Il primo grande tempio fu tanto il dono di un re lidio quanto l’opera di una città greca. Creso di Lidia finanziò parte delle colonne, e alcuni rocchi con la sua dedica sono sopravvissuti6. Quando li assediò, gli Efesini consacrarono la città ad Artemide tendendo una corda dal tempio fino alle mura urbane, a sette stadi di distanza27.

Gli scrittori antichi fecero sembrare l’edificio sovrumano. Plinio scrive che la costruzione durò 120 anni e che vi contribuì tutta l’Asia, una cifra da leggere come sua, non come una misura28. Racconta anche che fu costruito di proposito su un terreno paludoso per proteggerlo dai terremoti, sopra un letto di carbone battuto e velli di pecora; le trivellazioni austriache hanno effettivamente trovato un terreno scolorito coerente con questo racconto29. Viene spesso definito il primo tempio greco monumentale costruito in marmo30, e Vitruvio racconta come quel marmo fu scoperto: un pastore di nome Pixodaro vide due montoni scontrarsi, uno dei due scheggiò una roccia e ne emerse una pietra bianca splendente, al che gli Efesini lo rinominarono Evangelo, «portatore di buone notizie»31. Vitruvio indica in Chersifronte e nel figlio Metagene gli architetti che diedero inizio al tempio ionico32.

La ricostruzione di Ohnesorg del 2007 per l’Istituto Archeologico Austriaco descrive un tempio a doppio anello di colonne intorno a una corte interna scoperta: circa 106 colonne ioniche alte quasi 19 m, su una piattaforma di soli due gradini; i libri più vecchi riportano misure molto diverse33. Le basi delle colonne sul fronte d’ingresso erano scolpite con rilievi figurati, e il blocco di architrave sopra l’apertura centrale è stimato in circa 24 tonnellate, issato su colonne alte quasi 20 m34.

È il tempio dei grandi nomi della città arcaica. Si racconta che Eraclito di Efeso vi depose il proprio libro35, e Diogene Laerzio descrive il filosofo che gioca agli astragali con i bambini nel tempio, piuttosto che occuparsi di politica36. Quando Serse incendiò i templi della Ionia, scrive Strabone, risparmiò proprio quello di Efeso37.

Erostrato e l’incendio del 356 a.C.

Il tempio arcaico bruciò nel 356 a.C. La tradizione, riportata da Plutarco e Cicerone, voleva che accadesse lo stesso giorno, o la stessa notte, in cui nasceva Alessandro Magno7. La coincidenza è un aneddoto, non un dato: Plutarco attribuisce a Egesia di Magnesia la battuta secondo cui Artemide era troppo occupata ad assistere alla nascita di Alessandro per salvare il proprio tempio, e la definisce fredda al punto da spegnere l’incendio; Cicerone assegna la stessa battuta a Timeo38.

La colpa fu data a Erostrato, e gli Efesini vietarono che il suo nome venisse pronunciato. È giunto fino a noi solo perché lo storico Teopompo di Chio lo scrisse comunque39. Gli studiosi moderni sono meno certi della storia, e due specialisti di Efeso hanno proposto spiegazioni opposte40. Stefan Karwiese sostiene che il tempio fu colpito da un fulmine (data l’incendio al 1° luglio del 356 a.C. sulla base di un passo della Meteorologia di Aristotele), e che si sia cercato un colpevole umano perché la dea non apparisse incapace di proteggere la propria casa. Dieter Knibbe considera invece la storia un’invenzione abile: nessun uomo solo avrebbe potuto incendiare un edificio di quelle dimensioni, e ipotizza che sia stata l’amministrazione stessa del santuario, sapendo che il vecchio tempio stava sprofondando, a organizzarne la distruzione e a offrire Erostrato come capro espiatorio41.

Il sito dell'Artemision nella luce calda del tardo pomeriggio
Fig. 4 La luce della sera attraversa quanto resta di una delle Sette Meraviglie del mondo antico.

L’offerta di Alessandro e la ricostruzione

La ricostruzione iniziò poco dopo l’incendio, e gli Efesini erano determinati a pagarla da soli. Alessandro offrì di coprire ogni spesa, passata e futura, a condizione che il suo nome figurasse come dedicante; loro rifiutarono, e uno di loro rispose che non era conveniente per un dio dedicare offerte ad altri dei42. Strabone, seguendo il geografo efesino Artemidoro, scrive che ricostruirono con i gioielli delle donne, con donazioni private e con la vendita delle colonne del vecchio tempio, non con il denaro persiano lasciato in custodia43.

Strabone indica come architetto Chirocrate, l’uomo che progettò Alessandria, di solito identificato con il Dinocrate di cui parla Vitruvio44. Vitruvio aggiunge che un servo del tempio di nome Demetrio e Peonio di Efeso completarono l’opera, anche se non è chiaro a quale fase della costruzione si riferisca32. Anche la durata dei lavori resta incerta: un resoconto parla di circa un secolo di cantiere, interrotto con alcuni blocchi mai finiti, mentre un altro studioso colloca il completamento verso il 300 a.C.45.

Il tempio ricostruito si innalzò sullo stesso punto dei suoi predecessori12. Le monete mostrano un grande frontone attraversato da tre aperture usate nel culto46.

Il pezzo più noto arrivato fino a noi è un rocchio di colonna scolpito, oggi al British Museum, scavato da Wood, alto circa 1,82 m e datato al 340-320 a.C. circa47. Ermes, guida delle anime, conduce una donna che è stata identificata come Alcesti, Euridice o Ifigenia, accanto a un giovane alato con una spada che potrebbe essere la Morte; il mito rappresentato non è mai stato individuato con certezza48.

Giovane alato, di solito identificato con Thanatos, sul rocchio scolpito del tempio di Artemide, British Museum
Fig. 5 La figura alata è la più discussa tra quelle scolpite sul rocchio, e la sua identificazione resta oggetto di dibattito.

L’altare

L’altare non fu trovato prima del 1965, e venne alla luce sul lato sbagliato. Un altare greco si trova di norma a est del proprio tempio, davanti alla porta; questo, invece, giaceva a ovest, la stessa disposizione insolita dei templi di Artemide a Sardi e a Magnesia sul Meandro. Gli scavi condotti dalla fine degli anni sessanta fino agli anni settanta portarono alla luce un complesso del IV secolo a.C. la cui corte, di circa 22 per 32 m e pavimentata in lastre poligonali di marmo, era chiusa su tre lati, con il lato aperto rivolto lontano dal tempio49. Strabone scrive che l’altare era colmo di opere di Prassitele50.

Quante colonne aveva il tempio?

La cifra celebre di 127 viene da Plinio, che descrive il tempio lungo 425 piedi e largo 225, con 127 colonne alte 60 piedi, ciascuna donata da un re e 36 di esse scolpite51. Nessuna ricostruzione moderna ha trovato spazio per un numero così alto8.

  1. AntichitàPlinio: 127 colonne51
  2. Anni 1870La pianta di John Turtle Wood: 100 colonne8
  3. XX secoloDinsmoor, ipotizzando un errore di copiatura in Plinio: 117; Anton Bammer, per il tempio più tardo, anch’egli 1178
  4. 2007Ohnesorg: al massimo 1098

Le ricostruzioni moderne oscillano tra 100 e 117, e la più recente non supera i 1098; la cifra di Ohnesorg per il tempio arcaico è invece di circa 10633. Il numero di Plinio va letto come parte della fama della meraviglia, più che della sua pianta reale. Anche le misure in metri che circolano su molti siti web derivano da vecchie ricostruzioni e meritano la stessa cautela33.

La colonna solitaria e una base di colonna impilata nel sito allagato del tempio
Fig. 6 Frammenti di basi di colonna accatastati accanto all'unica colonna rialzata dell'Artemision.

Perché era una delle Sette Meraviglie?

Gli autori antichi attribuivano la sua fama alle dimensioni, all’età e alla dea. Pausania elenca le Amazzoni che si dice ne avessero dedicato l’immagine, la grande antichità del santuario, un tempio più vasto di qualsiasi altro edificio, il prestigio della città e la rinomanza della dea stessa52. L’epigramma di Antipatro di Sidone inserisce il tempio tra le meraviglie e gli riserva il posto d’onore, in chiusura1.

La tradizione attribuiva alle Amazzoni la fondazione del culto: nell’inno di Callimaco, esse innalzano un simulacro sotto una quercia in riva al mare e vi danzano attorno una danza di guerra53. Pausania non era d’accordo: sosteneva che il santuario fosse più antico, fondato dal nativo Koresso e da Efeso, figlio del fiume Caistro, e che le Amazzoni vi fossero arrivate solo come suppliche54.

Le Amazzoni diedero al tempio anche una delle sue storie più note. Plinio racconta di una gara in cui grandi scultori realizzarono ciascuno un’Amazzone di bronzo per l’Artemision, votando poi ognuno per la migliore dopo la propria: primo Policleto, secondo Fidia, terzo Cresila55. Un’Amazzone ferita proveniente dal tardo altare classico dell’Artemision figura tra i pezzi più importanti del Museo Efesino di Vienna56, da non confondere con il museo di Efeso a Selçuk.

Moneta che raffigura un tempio con colonne e una statua di culto sotto il frontone
Fig. 7 Il tempio di Artemide raffigurato su una moneta efesina antica, conservata nel museo di Efeso.

Santuario, rifugio e banca

L’Artemision era un luogo di asilo, dove chi era in pericolo poteva reclamare la protezione della dea, e i suoi confini cambiarono più volte. Alessandro estese la zona a uno stadio, Mitridate lanciò una freccia dal tetto e ne reclamò un po’ di più, Marco Antonio la raddoppiò fino a includere parte della città, e Augusto annullò l’estensione perché aveva messo la città alla mercé dei criminali57.

Nel 22 d.C. Tiberio fece riesaminare dal Senato la pretesa di asilo di ogni città greca; gli Efesini parlarono per primi, sostenendo che Apollo e Artemide erano nati non a Delo ma nel loro stesso boschetto di Ortigia58. Sostennero questa tesi anche con il mito: Dioniso aveva perdonato le Amazzoni che si erano rifugiate come suppliche all’altare, e Persiani, Macedoni e Romani avevano tutti rispettato il santuario59.

Funzionava anche come deposito sicuro. Dione Crisostomo, scrivendo verso il 100 d.C., racconta che privati cittadini, stranieri, città e re vi depositavano denaro perché nessuno aveva mai osato violare il luogo, e che gli Efesini tenevano registri dei depositi e non li toccavano nemmeno nel bisogno60. L’ateniese Senofonte lasciò la parte di Artemide sul proprio bottino di guerra al custode del tempio, Megabizo, prima del 394 a.C., la riprese più tardi a Olimpia e la usò per costruire, nella sua proprietà di Scillunte, una piccola copia del tempio efesino61. La dea possedeva anche laghi lucrosi vicino alla foce del Caistro: i re se ne appropriarono, Roma li restituì, gli appaltatori delle tasse li presero di nuovo, e Artemidoro li riconquistò con un’ambasciata a Roma, per cui la città gli eresse una statua d’oro nel tempio62.

Quel denaro attirò anche i suoi abusi. Verso il 44 d.C. il proconsole Paullo Fabio Persico pubblicò a Efeso un editto che si apre lamentando templi in tutta la città lasciati bruciati o crollati, mentre l’Artemision, che chiama l’ornamento della provincia, era stato privato delle entrate che Augusto gli aveva restituito. Le cariche sacerdotali di Artemide venivano vendute all’asta al miglior offerente invece che al candidato più adatto, e gli schiavi pubblici compravano neonati a poco prezzo e li dedicavano alla dea, così da mantenere i propri servi a sue spese. Ai sacerdoti che avevano pagato per la carica sarebbe stato restituito al massimo l’1 % del prezzo63.

Il diritto d’asilo aveva i suoi limiti, e furono infranti più di una volta. Nel IV secolo a.C. gli Efesini lapidarono uomini che avevano offeso la città e poi erano corsi al tempio; i Romani e gli Italici che Mitridate fece uccidere nell’88 a.C. morirono a Efeso mentre si aggrappavano ancora alle statue degli dei, e la cortigiana Irene fu uccisa sulla soglia stessa del tempio64. Elliger osserva che l’ambasciata inviata a Tiberio non fece parola di quella strage, e che Apollonio di Tiana aveva già rimproverato il sacerdote dell’Artemision per aver lasciato che il santuario si riempisse di ladri e fuggitivi: un’esagerazione, secondo Elliger, ma una che aiuta a capire perché Roma stesse riesaminando il diritto d’asilo65.

Il santuario funzionò anche come previsto, e per persone molto diverse tra loro. Sovrani in fuga vi trovarono riparo, tra cui Demetrio Poliorcete e Tolomeo XII; così pure debitori, che secondo Plutarco Artemide proteggeva dai creditori, e schiavi in fuga. Cicerone racconta di un questore romano al quale fu impedito di portare via dal santuario il proprio schiavo fuggitivo, e l’Efesio che lo fermò, Pericle, fu processato a Roma per questo66. Arsinoe IV, la sorella minore di Cleopatra, fu esibita nel trionfo di Cesare nel 46 a.C. e poi mandata in esilio al tempio di Artemide67. Quando un sacerdote di nome Megabizo la salutò come regina, Antonio lo convocò per consegnarlo a Cleopatra, e fu risparmiato solo grazie alle preghiere degli Efesini68. Arsinoe fu uccisa nel 41 a.C. per ordine di Antonio; Giuseppe Flavio colloca l’uccisione a Efeso, Appiano in un tempio a Mileto69. La vecchia teoria secondo cui la tomba dell’Ottagono, in città, fosse la sua è stata smentita: uno studio del 2025 ha mostrato che il cranio ritrovato lì apparteneva a un ragazzo tra gli 11 e i 14 anni70.

Una statua coronata di Artemide Efesia, con file di ornamenti ovali, in una sala buia del museo
Fig. 8 La statua nota come Artemide Efesia, conservata nel museo di Efeso a Selçuk.

Feste e processioni

La festa di Artemide attirava folle di stranieri oltre ai cittadini, e Senofonte di Efeso scrive che in città era usanza cercare marito o moglie durante i festeggiamenti; il suo romanzo si apre proprio con quella processione, guidata dalla quattordicenne Antia insieme alle altre ragazze71. Un editto romano del 162 d.C., conservato come iscrizione, viene letto come un’estensione dell’Artemisia a tutto il mese di Artemision, tra marzo e aprile72.

La processione meglio documentata fu un dono. Verso il 104 d.C. un romano di nome Gaio Vibio Salutaris donò immagini d’oro e d’argento, tra cui un’Artemide con due cervi, da portare in corteo dall’Artemision fino in città per le assemblee. Entravano dalla Porta di Magnesia, dove si univano ai giovani della città, e uscivano dalla porta Coressiana73. Il numero di immagini di solito citato è trentuno: all’istituzione della fondazione erano ventinove, nove di Artemide (una delle quali d’oro) e altre venti di altre figure, e arrivarono a trentuno solo quando un’aggiunta del febbraio 104 d.C. inserì Athena Pammousos e una personificazione della Concordia, con 1.500 denari in più rispetto ai 20.000 iniziali74. Diciassette secoli più tardi, fu proprio quell’iscrizione a portare alla riscoperta del tempio.

Visitatori camminano lungo un'ampia via in marmo tra file di colonne
Fig. 9 L'Arkadianè, la monumentale via che in epoca successiva conduceva verso l'antico porto.

Artemide di Efeso: la dea e la sua statua

L’Artemide venerata qui somigliava ben poco alla cacciatrice greca. È molto più vicina alle dee dell’Anatolia e del Vicino Oriente, e molti autori la collegano alla Grande Madre anatolica, di cui condivide la corona murata, e a una più antica «Signora di Efeso» che i coloni ionici identificarono con Artemide; quella continuità resta però un’interpretazione, non un fatto accertato75. Il suo culto viaggiò: i Focesi che fondarono Marsiglia portarono con sé una sacerdotessa efesina e una copia dell’immagine di culto4.

Una tradizione romana l’avrebbe identificata anche con Iside; le prove sono scarse, ma in Apuleio un eroe prega una dea venerata a Efeso, che poi si rivela essere Iside76.

L’immagine di culto originaria era in legno. Plinio riporta fonti secondo cui era d’ebano, ma Muciano, che l’aveva vista di persona, disse che era di legno di vite, mai sostituita nel corso delle ricostruzioni del tempio e nutrita con nardo attraverso dei forellini per preservarla77. Negli Atti degli Apostoli, il cancelliere della città chiama Efeso custode del tempio e dell’immagine caduta dal cielo: è l’unica prova che gli Efesini rivendicassero una statua discesa dal cielo78.

Le copie più famose mostrano file di forme ovali sul petto della dea. Fin dalla tarda antichità furono lette come molti seni, un’interpretazione diffusa soprattutto da scrittori cristiani come Minucio Felice e Girolamo, che la chiamavano Diana «multimammia»79. Gli studiosi moderni rifiutano questa lettura, o la ritengono indimostrata, e propongono al suo posto ornamenti appesi alla statua di legno, uova, pendenti d’ambra o semplici insegne rituali. L’ipotesi alternativa più nota, quella di Gerhard Seiterle secondo cui si tratterebbe degli scroti di tori sacrificati, è a sua volta discussa: Dieter Knibbe la riporta con serietà e Guy MacLean Rogers vi è incline, mentre Rick Strelan la respinge perché l’analogia si fonda su un racconto relativo a una dea del tutto diversa, ad Autun, e Lynn LiDonnici la giudica poco fondata. La proposta di Strelan, che ha trovato poco seguito, è che quelle forme richiamino il tronco di una palma da datteri sotto le sue fronde80. In alcune copie la pelle della dea è scura, come legno invecchiato, mentre i «seni» e le vesti sono di un altro colore: un dettaglio che suggerisce un costume, non un’anatomia81.

Nulla di tutto ciò sostiene la scorciatoia da guida turistica secondo cui sarebbe stata una dea della fertilità. Le fonti antiche non ne parlano affatto: viene ringraziata per aver portato le donne sane e salve fuori dal parto, non per aver concesso la fertilità, e ciò che la sua immagine afferma soprattutto è il dominio sugli animali selvatici82.

Sulle monete della città porta una corona murata o un alto polos, con cervi e api al suo fianco83. L’ape fu per secoli l’emblema civico di Efeso sulla sua monetazione84, e Pausania racconta che le assistenti della dea, che vivevano in purezza rituale per un anno, erano chiamate dagli Efesini «Essenes», una parola legata al «re delle api»85.

Le statue nel museo di Efeso a Selçuk

Le statue marmoree di Artemide conservate nel museo di Efeso a Selçuk sono copie romane, non l’immagine di culto salvata dall’incendio. Due ritrovamenti distinti, a un anno di distanza, vengono spesso raccontati come uno solo: la squadra austriaca di Franz Miltner trovò il pritaneo, il municipio della città, nel settembre 1955; le statue emersero un anno dopo, in una quindicina di giorni tra il 18 settembre e il 3 ottobre 1956, prima l’Artemide Bella, poi la figura più piccola, infine l’Artemide Colossale86.

Quante statue uscirono davvero dal terreno in quella quindicina resta discusso: le fonti indicano due, tre o quattro esemplari, secondo che si conti o no il frammento di un duplicato87. L’Artemide Colossale viene data per alta 3,20 m88. Il diario di Miltner registra l’Artemide Bella distesa sul dorso, con tracce di doratura, probabilmente opera del II secolo d.C.89.

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Testa della statua di Artemide Efesia, con la corona e le figure di animali alati
Fig. 10 La corona e gli ornamenti richiamano l'iconografia dei due grandi esemplari conservati nel museo di Efeso.

Paolo e la rivolta degli argentieri

L’economia del tempio è lo sfondo dell’episodio più noto di san Paolo a Efeso. Demetrio, un argentiere che fabbricava sacelli d’argento di Artemide, aizzò i suoi colleghi contro la predicazione di Paolo, secondo cui gli dei fatti a mano non sono dei: temeva per il proprio mestiere quanto per la maestà della dea90. La folla si precipitò nel Grande Teatro e per circa due ore gridò «Grande è Artemide degli Efesini» (Atti 19,28), finché il cancelliere della città non la calmò avvertendo che rischiavano un’accusa di sedizione91. Diversi dettagli corrispondono a quanto si sa di Efeso, incluso il ruolo del teatro come luogo di assemblea, anche se sacelli d’argento del tipo descritto non sono mai stati trovati91.

La cavea e l'orchestra del Grande Teatro, con vista lungo via del Porto verso la pianura
Fig. 11 Lo sguardo dalla cavea segue ancora il tracciato di via del Porto, verso la pianura che fu porto. Fotografia d'archivio (2013).

Il declino, le spoliazioni e la scomparsa

Il tempio non andò perduto in un solo atto di distruzione, ma lentamente, nell’arco di più di un secolo. Negli anni 260 d.C. un terremoto e le incursioni gote dal mare colpirono duramente Efeso92, e Giordane scrive che i Goti incendiarono il tempio di Artemide; l’anno viene dato variamente come 262/263 o 267/26893. Il tempio non si riprese mai del tutto: la cella interna fu forse restaurata in parte, probabilmente sotto Diocleziano, e restò in uso per tutto il IV secolo, dopo il quale le rovine divennero una cava94.

La fine viene di solito datata al 401 e raccontata come una demolizione cristiana; questa pagina, finora, ha respinto l’episodio del tutto. Nessuna delle due versioni convince. Clive Foss, Vasiliki Limberis e Guy MacLean Rogers ritengono tutti che la visita di Giovanni Crisostomo, quell’anno, abbia posto fine al santuario, e i testimoni quasi contemporanei sono reali: Prudenzio, che scrive circa un anno dopo, e Paolino di Nola nel 405 presuppongono entrambi che Artemide sia stata scacciata da Efeso per mano di Giovanni, mentre Cirillo di Alessandria, e dopo di lui Proclo di Costantinopoli, gli attribuiscono il merito di aver rovesciato il tempio95. Nessuno di loro, però, descrive una demolizione. Palladio, che racconta quella visita per estenso, parla solo di un sinodo e di sei vescovi deposti; e poiché l’edificio era già in rovina fin dal raid goto degli anni 260, il 401 segna con più probabilità la fine del culto, non quella del tempio94.

Ciò che è certo è che il sito fu abbandonato verso il 400 e il suo marmo asportato, gran parte finito nella basilica di San Giovanni sull’Ayasuluk e più tardi nella moschea di İsa Bey96. Frammenti di rilievi del tempio arcaico sono stati poi recuperati proprio dalla basilica97.

Una storia spesso ripetuta è falsa: le colonne di Santa Sofia a Istanbul non vennero dal tempio di Artemide. È una leggenda medievale, e il bizantinista Cyril Mango la definì assurda98. Il sito, spogliato, sprofondò nella palude e restò perduto per secoli99.

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Una pila di frammenti di colonna e l'unica colonna in piedi, nel sito asciutto dell'Artemision
Fig. 12 I frammenti impilati sono quanto resta delle oltre cento colonne che un tempo circondavano il tempio.

La ricerca di John Turtle Wood

John Turtle Wood, architetto inglese impegnato a costruire le stazioni della ferrovia Smirne–Aydın, abbandonò quel lavoro nel 1863 per cercare il tempio, con un permesso del British Museum e una piccola indennità in cambio dei diritti sui ritrovamenti100. Lungo la strada portò alla luce parti del Grande Teatro101.

L’indizio venne da un’iscrizione: nel febbraio 1866 vi trovò il testo di Salutaris, che descriveva le immagini portate dal tempio attraverso la Porta di Magnesia; ne dedusse che una strada partita da quella porta avrebbe condotto al tempio, trovò la strada nel 1867 e la seguì102. Colpì il tempio il 31 dicembre 1869, a circa 6 m di profondità9.

Wood scavò fino al 1874, quando il British Museum interruppe i finanziamenti perché il suo direttore, Charles Newton, giudicò improbabili altri ritrovamenti; pubblicò poi Discoveries at Ephesus nel 1877103. Altri seguirono: la neonata missione austriaca lavorò brevemente nell’Artemision nel maggio e giugno 1895104, parte del programma di scavo che Otto Benndorf, di Vienna, aveva proposto nel 1893105. La squadra di Hogarth per il British Museum scavò le fondamenta nel 1904-05, e gli austriaci tornarono sotto Bammer tra il 1980 e il 199422.

Dove si trovano oggi i reperti

I reperti del tempio sono divisi tra almeno quattro musei in tre paesi. Quelli degli scavi più antichi si dividono tra il British Museum, i Musei Archeologici di Istanbul e il Museo Efesino di Vienna; quelli degli scavi più recenti, insieme alle statue romane di Artemide, si trovano nel museo di Efeso a Selçuk106.

Il rocchio di colonna scolpito è al British Museum107. Gli originali delle monete di Hogarth sono a Istanbul, con gli elettrotipi esposti a Londra24.

Vienna ricevette reperti da Efeso solo fino al 1906, e quanto arrivò al British Museum proviene per lo più dalle campagne di Wood e Hogarth108. Il museo di Selçuk dedica una sala ai ritrovamenti dell’Artemision e un’altra ad Artemide e al culto imperiale109.

Busto della statua di Artemide Efesia, con i suoi ornamenti arrotondati
Fig. 13 Dettaglio del busto, dove si concentrano i celebri ornamenti ovali della dea.

Il sito oggi

Quello che resta è una sola colonna, ricostruita a partire dai frammenti ritrovati2, in un campo paludoso10. L’ingresso, secondo l’elenco tariffario del Ministero della Cultura e del Turismo: non è compreso nel tariffario del Ministero10 (controllato il ). I prezzi dei monumenti a pagamento nelle vicinanze sono raccolti nella pagina orari e biglietti, e chi arriva in nave da Kuşadası o da İzmir trova nella pagina sulla giornata di crociera i tempi pensati apposta per un sito che resta un po’ fuori dal percorso principale di Efeso.

La colonna in piedi dell'Artemision e le rovine basse, con Selçuk sullo sfondo
Fig. 14 Il sito del tempio confina oggi direttamente con i quartieri della Selçuk moderna.
Nomi e termini di questa pagina (27)

Strabone

Geografo greco, attivo sotto Augusto o Tiberio, e la fonte antica più citata su questo sito. Definì Efeso il più grande centro commerciale dell’Asia al di qua del Tauro, ed è il suo racconto a fornire gli spostamenti precedenti della città: giù dal fianco del monte al tempo di Creso, e dentro le nuove mura di Lisimaco.

Lisimaco

Uno dei successori di Alessandro Magno. Nei primi anni del III secolo a.C. spostò Efeso dalla pianura presso il tempio di Artemide a un nuovo sito murato tra il Panayırdağ e il Bülbüldağ, la città che oggi si visita, ribattezzandola Arsinoeia in onore della moglie. Fu ucciso a Curupedio nel 281 a.C.

David Hogarth

Archeologo britannico (1862-1927), direttore della British School at Athens e dal 1909 Keeper dell’Ashmolean Museum di Oxford. Scavò al tempio di Artemide per conto del British Museum nel 1904-05 e trovò il deposito di oro, elettro, bronzo e avorio racchiuso nella base che aveva sostenuto l’immagine di culto.

Winfried Elliger

Filologo classico tedesco (1930-2019), specialista di greco, che insegnò a Tubinga. Il suo Ephesos: Geschichte einer antiken Weltstadt (1985) racconta la città dalle origini al periodo turco, ed è il libro a cui questo sito attinge più spesso di ogni altro. Fu filologo, non uno scavatore.

Plinio il Vecchio

Ufficiale romano ed enciclopedista, zio di Plinio il Giovane, morto nell’eruzione del Vesuvio del 79 d.C. La sua Naturalis Historia si estende su trentasette libri, ed è la fonte delle cifre che questo sito riporta per il tempio di Artemide: 127 colonne, 120 anni di costruzione, fondamenta posate su carbone e velli di lana.

Vitruvio

Architetto e ingegnere romano del I secolo a.C., i cui dieci libri Sull’architettura sono l’unico trattato del genere sopravvissuto dall’antichità. Indica in Chersifrone e Metagene gli architetti che avviarono il tempio ionico, descrive come ne furono spostate le colonne, e consiglia di orientare le biblioteche a est per la luce del mattino.

Istituto Archeologico Austriaco (ÖAI)

L’ente austriaco che scava Efeso dal 1895. Otto Benndorf lo fondò nel 1898 e ne fu il primo direttore; dal 1° gennaio 2016 fa parte dell’Accademia Austriaca delle Scienze. I suoi rapporti di scavo, pubblicati come Forschungen in Ephesos, sono la fonte primaria del sito.

Eraclito

Il filosofo del divenire e del logos, attivo a Efeso intorno al 500 a.C. Discendeva dall’antica famiglia regnante e rinunciò alla propria regalità onorifica in favore del fratello; si dice che depositò il suo unico libro nel tempio di Artemide. Un frammento superstite maledice i concittadini per aver bandito il migliore fra loro.

Diogene Laerzio

Scrittore greco del III secolo d.C., le cui Vite dei filosofi illustri conservano molto che altrimenti sarebbe andato perduto. Colloca l’acme di Eraclito nella 69ª olimpiade e ne racconta gli aneddoti: giocare a astragali con i ragazzi nel tempio di Artemide invece di partecipare alla politica cittadina.

Egesia di Magnesia

Storico e oratore greco del III secolo a.C., originario di Magnesia sul Meandro. Plutarco gli attribuisce la battuta secondo cui Artemide non poté salvare il proprio tempio perché assente alla nascita di Alessandro, e la definisce fredda abbastanza da spegnere l’incendio; Cicerone attribuisce la stessa frase a Timeo.

Teopompo di Chio

Storico greco del IV secolo a.C. Gli efesini ordinarono che il nome dell’uomo che incendiò il tempio di Artemide non fosse mai più pronunciato; è sopravvissuto solo perché Teopompo lo scrisse comunque.

Stefan Karwiese

Archeologo classico e numismatico austriaco (1941-2023), che insegnò numismatica antica a Vienna. Fu vicedirettore dello scavo di Efeso dal 1980 al 1986 e direttore dal 1993 al 1998. Citato qui sulla data del Grande Teatro e su come si incendiò il tempio di Artemide.

Dieter Knibbe

Storico dell’antichità ed epigrafista austriaco (1934-2015). Dal 1960 registrò le iscrizioni di Efeso per lo scavo austriaco e lo consigliò su questioni storiche; dal 1990 al 2000 diresse l’indagine sulla via processionale verso l’Artemision. Citato qui sul racconto dell’inondazione di Lisimaco e sul culto del Pritaneo.

Pausania

Viaggiatore greco, forse nato in Lidia intorno al 125 d.C., autore della Descrizione della Grecia in dieci libri, scritta tra circa il 155 e il 180. È usato qui per ciò che racconta di Efeso da lontano: la tomba del fondatore ancora visibile sulla strada dall’Artemision, e la sua spiegazione della fama della dea.

Ortigia

Il boschetto dove, secondo gli efesini, Leto diede alla luce Artemide e Apollo, e la meta della processione sacra della città. Il sito non è mai stato confermato sul terreno: la maggior parte degli studiosi lo colloca nella moderna Arvalya, sulla strada per Kuşadası, mentre Scherrer propone invece la valle di Değirmen, più a sud.

Dione Crisostomo

Oratore greco di Prusa, in Bitinia, attivo attorno al 100 d.C. È la fonte per il tempio di Artemide come banca: privati cittadini, stranieri, città e sovrani vi depositavano denaro, gli efesini ne tenevano registri ufficiali, e la città non toccava i depositi nemmeno in caso di necessità.

Apollonio di Tiana

Sapiente itinerante del I secolo d.C., originario della Cappadocia, la cui vita fu scritta un secolo dopo da Filostrato. Rimproverò il sacerdote dell’Artemision per aver lasciato che il diritto d’asilo riempisse il recinto di ladri e fuggitivi: un’esagerazione, secondo Elliger, ma utile a spiegare la revisione romana dell’asilo.

Senofonte di Efeso

Romanziere, databile di solito al II secolo d.C., da non confondere con lo storico ateniese omonimo. I suoi Racconti efesi di Anzia e Abrocome sono tra i primi romanzi greci sopravvissuti, e si aprono con la processione di Artemide, dove la quattordicenne Anzia guida le ragazze e gli amanti si incontrano.

Gerhard Seiterle

Archeologo che scrisse sulle mura urbane di Lisimaco per la rivista dell’istituto austriaco, a metà degli anni Sessanta. Nel suo articolo del 1979 su Antike Welt sostenne che le forme ovali sul petto di Artemide efesia non sono seni ma scroti di tori sacrificati: la più nota delle ipotesi alternative, tuttora discussa.

Guy MacLean Rogers

Storico e classicista americano, professore di storia e studi classici al Wellesley College. Lavora sulle iscrizioni efesine: The Sacred Identity of Ephesos (1991) legge la processione di Salutaris, e The Mysteries of Artemis of Ephesos (2012) segue il culto lungo cinque secoli. Citato qui su rituale civico, agorà e pianta stradale.

Rick Strelan

Studioso australiano del Nuovo Testamento, professore associato onorario all’Università del Queensland. Paul, Artemis, and the Jews in Ephesus (1996) colloca il soggiorno di Paolo nel contesto dei culti cittadini e della comunità ebraica, e sostiene che la sua missione fu più piccola di quanto suggeriscano gli Atti. Citato qui su Artemide e sulla rivolta degli Atti 19.

Franz Miltner

Archeologo classico e storico dell’antichità austriaco (1901-1959) che diresse lo scavo di Efeso dal 1954 fino alla morte. Liberò la via dei Cureti per collegare i monumenti ai visitatori, trovò il Pritaneo nel 1955 e rieresse parte del cosiddetto tempio di Adriano. Diverse sue letture sono state da allora ribaltate.

Giordane

Storico goto che scrisse in latino nel VI secolo, la cui Getica condensa una storia perduta dei Goti di Cassiodoro. Indica in Respa, Veduc e Thuruar i capi della razzia che incendiò il tempio di Artemide; gli studiosi moderni la collocano nel 262/263 o nel 267/268.

Clive Foss

Storico del mondo bizantino e islamico delle origini, nato a Londra nel 1939 e a lungo professore di storia all’Università del Massachusetts Boston. Ephesus after Antiquity (1979) resta il racconto standard della città dalla tarda antichità alla cittadina turca, ed è qui l’autorità principale per tutto ciò che viene dopo il periodo romano.

Vasiliki Limberis

Storica del primo cristianesimo, da ultimo al dipartimento di religione e studi del Mediterraneo antico alla Temple University di Filadelfia. Il suo capitolo sul concilio di Efeso (1995) ripercorre come la città perse la propria sede episcopale mentre cresceva il culto di Maria come Theotokos. Citata qui sulla tradizione mariana e sul concilio del 449.

Cirillo di Alessandria

Vescovo di Alessandria, che aprì il concilio di Efeso il 22 giugno 431 senza attendere Giovanni di Antiochia e i suoi vescovi. Il concilio depose Nestorio quello stesso giorno; l’assemblea rivale di Giovanni, cinque giorni dopo, depose a sua volta Cirillo. Il contrasto fu ricomposto dalla Formula di Riunione del 433.

Charles Newton

Archeologo inglese (1816-1894) che scavò il Mausoleo di Alicarnasso e fu il primo Keeper of Greek and Roman Antiquities al British Museum, dal 1861 al 1885. Fu il suo giudizio che nuovi ritrovamenti fossero improbabili a porre fine, nel 1874, al finanziamento del museo per John Turtle Wood.

Fonti (150)

Ogni fonte è elencata una sola volta. I numeri rimandano alle affermazioni che sostiene; le date indicano quando la fonte è stata controllata.