Sul fianco del Panayırdağ, sopra la città antica, si trova un cimitero di camere sepolcrali scavate nella roccia, cresciuto attorno a un santuario rupestre1. La stessa storia è nota tanto al mondo cristiano quanto a quello islamico, raccontata in modo piuttosto diverso nell’uno e nell’altro, ed Efeso non è l’unico luogo a rivendicarla: la tradizione islamica colloca la grotta coranica per lo più a Tarso o ad Afşin, ed esistono altri siti rivali vicino ad Amman, a Damasco e a Naxçıvan2. A rendere il sito di Efeso particolare non è la leggenda in sé, ma l’archeologia che vi si trova sotto, che finisce per contraddire il racconto in punti precisi e verificabili.

La leggenda

Come viene di solito raccontata, i sette erano giovani nobili di Efeso, al servizio dello stesso imperatore Decio, che rifiutarono di adorare gli idoli. Furono battezzati, presero nomi cristiani, distribuirono i propri beni quando Decio pretese che abiurassero, e si ritirarono in una grotta sul monte Keleo, nome antico del Panayırdağ. Uno di loro, Malco, tornò in città in cerca di cibo e notizie. Nella versione più comune, si nascosero dalla persecuzione di Decio e si risvegliarono due secoli dopo, sotto il regno di Teodosio II, per poi morire poco dopo ed essere sepolti nella stessa grotta3. Secondo Foss, lo stesso Teodosio II si sarebbe recato sul luogo del miracolo poco tempo dopo, durante un pellegrinaggio a Efeso, per pregare san Giovanni e sapere chi gli sarebbe succeduto4.

La storia era già trattata come un fatto storico a pochi secoli dalla sua stessa ambientazione. Giovanni di Efeso la accettò come reale nel VI secolo, e il pellegrino Teodosio, che scriveva sotto Giustiniano attorno al 530, incluse la Tomba dei Sette Dormienti tra i luoghi visitati, citandola per nome5. Il racconto raggiunse un pubblico ben più ampio della sola cristianità: anche il Corano ne dà una propria versione, nella sura 18, al-Kahf, dove il numero dei dormienti resta indeterminato (si dice che solo Dio lo conosca), anche se la tradizione successiva si stabilizza di solito su sette67.

Il sito scavato

Ciò che gli archeologi hanno trovato qui, a partire dal 1926, non è un edificio unitario ma un grande complesso funerario costruito in più fasi. La parte identificabile più antica è una catacomba scavata nella roccia con dieci camere sepolcrali, cinque per lato di un corridoio centrale, che secondo Elliger sarebbe il luogo di sepoltura a cui la leggenda si riferisce davvero; poco dopo vi fu costruita sopra una chiesa8.

A ovest della chiesa, riferisce Elliger, una sala funeraria a volta a botte di circa 7 per 16 metri conteneva da sola 86 nicchie tombali; le aggiunte successive – una cappella a terrazza, un mausoleo a cupola – portarono la capacità complessiva del complesso a circa 700 posti, una cifra considerevole se si pensa che le tombe qui venivano riutilizzate di norma9.

Contando insieme il livello inferiore e quello superiore, il rilievo architettonico più completo di Ladstätter e Magdalino attribuisce al complesso una lunghezza rispettivamente di 32 e 45 metri, con almeno 250 tombe originarie tra i due10.

L’ultima grande aggiunta porta il nome di una persona precisa: un banchiere di nome Abradas fece costruire qui, in epoca giustinianea, un mausoleo a cupola a pianta cruciforme, circa due secoli dopo un precedente restauro delle terme opera di una certa Scolastica. A quel punto, per quanto risulta dalle prove recuperate finora, non c’era ancora alcuna traccia fisica di pellegrinaggio verso i Sette Dormienti, né di un loro culto11.

Una camera a volta del complesso dei Sette Dormienti, con file di nicchie tombali scavate nella roccia
Fig. 1 Le nicchie scavate nella roccia ospitavano le sepolture legate al culto del luogo.

L’archeologia complica la leggenda

Il ritrovamento più importante qui non riguarda la leggenda, ma l’edificio che dovrebbe dimostrarla. Ogni racconto divulgativo colloca il complesso funerario «sotto il regno di Teodosio II» (408-450), perché è in quel regno che la leggenda fa risvegliare i giovani. Fu Foss il primo a mettere in dubbio questa datazione: dallo stile dei mosaici e degli affreschi, sostenne che la chiesa fosse in realtà più antica di almeno mezzo secolo, costruita sotto Teodosio I (379-395): il che significa che l’edificio fisico esisteva già prima del miracolo che dovrebbe commemorare12.

La prova che risolve la questione, e non si limita a proporla, è una moneta. Sotto il pavimento a mosaico originale della chiesa superiore, W. Jobst trovò una moneta di Valentiniano I (364-375 d.C.) accanto a una di Costantino, dimostrando che la decorazione interna dell’intero complesso, cripta e chiesa insieme, fu realizzata al più presto negli anni Settanta del IV secolo13.

La nuova datazione trova conferma indipendente anche sul piano stilistico: gli stessi motivi ad affresco collegano la sala absidale inferiore e la chiesa superiore, a dimostrazione che i due livelli furono decorati insieme e non a secoli di distanza; ciò corregge il primo scavatore, Miltner, che aveva datato le parti più antiche al V secolo solo perché la leggenda è ambientata sotto Teodosio II, senza alcuna prova indipendente propria14.

Un’ulteriore fonte, del tutto inattesa, conferma la prova della moneta. La nuova datazione di Jobst colloca sia la cripta sia la chiesa sotto Teodosio I, non Teodosio II, e questo trova conferma indipendente in un testo che il rapporto di scavo di Miltner del 1937 aveva completamente ignorato. Gli Annali di Eutichio di Alessandria, del X secolo, registrano che nell’ottavo anno di regno di Teodosio I, nel 386 d.C., i Sette Dormienti uscirono dalla loro grotta a Efeso, dove si erano rifugiati in fuga dal re Decio; furono poi sepolti, per ordine, in quella stessa grotta, e sopra di essa venne costruita una chiesa che ne portava il nome, con una festa annuale istituita in loro onore15. L’analisi architettonica più recente di Ladstätter e Magdalino aggiunge la prova materiale dietro questa lettura, ormai considerata standard: il muro orientale della chiesa mostra ancora sia gli angoli di una nicchia rettangolare originaria, sia un’abside semicircolare inserita in un secondo momento, confermando che il santuario dedicato specificamente ai Sette Dormienti fu inserito in una struttura del IV secolo già esistente, e non costruito nello stesso momento16. L’edificio e il culto, in altre parole, appartengono a due secoli diversi: la costruzione alla fine del IV secolo, la dedica ai giovani al V.

Anche le lampade del sito confermano lo stesso punto, in un altro modo, e correggono una cifra che circola da anni nelle guide. Dove una stima comune parla di «oltre 2.000» lampade in terracotta, Foss, citando direttamente la pubblicazione dello scavo, dà un numero più basso e più preciso: 1.381 lampade databili, delle quali 651 anteriori alla metà del IV secolo, cioè più antiche della stessa data di fondazione che la leggenda attribuisce a Teodosio II. Foss respinge come «poco convincente» l’ipotesi di Miltner secondo cui queste lampade più antiche fossero semplicemente cimeli di famiglia conservati o vecchie scorte, viste le quantità in gioco17.

L'interno della chiesa dei Sette Dormienti, con nicchie tombali ad arco
Fig. 2 La chiesa fu costruita sul sito prima ancora che prendesse forma la leggenda che oggi le dà il nome.

Non solo cristiano

Tra le sepolture si mescolano lapidi pagane e lampade e simboli ebraici, segno che il cimitero non fu, almeno in origine, un luogo a uso esclusivamente cristiano: un dato che sia Foss sia Strelan accettano, pur leggendolo in modo diverso. Foss lo definisce «curiosamente», un’osservazione neutra più che un argomento. Strelan legge la stessa prova come un segno che la tradizione ebraica sia persistita con ostinazione a Efeso, forse tramandata da cristiani di origine ebraica18.

Strelan si spinge oltre, in modo più speculativo: ipotizza che la sinagoga di Efeso frequentata, secondo quanto si registra, da san Paolo sorgesse fuori dalle mura cittadine, vicino all’acqua, come spesso accadeva per le sinagoghe della diaspora. Collega poi l’ipotesi, per analogia, ai simboli ebraici della grotta e alle sepolture extraurbane tradizionalmente attribuite a Giovanni e Timoteo: un ragionamento che presenta onestamente come propria speculazione, non come un luogo accertato19.

Come gli scrittori antichi hanno trattato la storia

Anche la prima traccia scritta della leggenda è controversa. La sua forma più antica giunta fino a noi, un’omelia siriaca in versi di Giacomo di Sarug, potrebbe attingere a una fonte greca perduta, gli Hypomnemata. Honigmann attribuisce quella fonte a Stefano, vescovo di Efeso dal 448 al 451; Foss, pur riportando la stessa attribuzione, la definisce «non del tutto convincente»: un caso raro in cui uno stesso studioso avanza una tesi e poi si rifiuta di farla propria fino in fondo20. Un possibile motivo per cui nome e data potrebbero essere stati alterati nelle versioni successive: la memoria di Stefano fu condannata a Calcedonia, nel discredito seguito al cosiddetto «sinodo del latrocinio» del 449, il che lo avrebbe reso una figura scomoda da citare apertamente.

Foss propone anche un proprio nucleo storico dietro il racconto, di nuovo dichiaratamente come ipotesi e non come dato accertato: forse sette giovani comparvero davvero a Efeso attorno alla metà del V secolo, sostenendo, o lasciando credere, di essere sopravvissuti alle persecuzioni di Decio due secoli prima; una testimonianza che avrebbe convenientemente sostenuto la posizione della chiesa locale nella contemporanea controversia origenista sulla resurrezione dei corpi21.

Un luogo di pellegrinaggio vivo, per secoli

Quali che ne siano le origini, il culto qui ebbe una lunga vita attiva. I graffiti dei visitatori registrati sul sito, monogrammi e stemmi franchi dell’Italia settentrionale e del basso Reno, mostrano che il luogo era ancora frequentato da mercanti del Levante provenienti da Paesi Bassi, Francia, Spagna e Italia fino a pieno periodo selgiuchide e ottomano; tre rilievi indipendenti del sito concordano su circa cinquanta iscrizioni di questo tipo, in greco, armeno e latino, databili tra il XIII e il XV secolo22. Ladstätter e Magdalino trovano che almeno sei ambienti della catacomba avevano gli ingressi chiusi da piccole absidi, con croci dipinte sul soffitto e piccole finestre che permettevano ai pellegrini di guardare dentro, verso i corpi dei dormienti, che si dice fossero esposti al loro interno23.

Il sito attirò visitatori che i documenti indicano per nome, non solo tramite i graffiti. L’abate russo Daniele, in visita a Efeso nel 1106, incluse nel suo itinerario la grotta dei Sette Dormienti (dove annotò anche reliquie di «trecento santi padri» e di un sant’Alessandro) insieme alla tomba di san Giovanni, alla tomba e alla testa di Maria Maddalena, al corpo di san Timoteo e al luogo dove si diceva che il mare avesse restituito Giovanni: un unico itinerario di pellegrinaggio che tocca anche il più ampio insieme di santuari descritto in Efeso sacro24.

Più tardi, nell’899 d.C., l’imperatore Leone VI fece trasferire a Costantinopoli le reliquie della stessa Maria Maddalena, prelevate, secondo il Menologio, dalla sua tomba proprio all’ingresso del cimitero dei Sette Dormienti: un dettaglio che lega direttamente questo sito alla storia raccontata in casa di Maria e nella chiesa di Efeso25.

Nostra traduzione

Il Duca mi chiese se non potessimo sfuggire a quell'«esercito», e io risposi: «Certamente»; spronai il cavallo, e tutti mi seguirono, verso la presunta «Grotta dei Sette Dormienti»; ma fu proprio allora che si mostrarono la straordinaria vigilanza e la sorprendente capacità di corsa della fanteria turca.
Wood 1877 (link esterno)
Mostra il testo originale in inglese
The Duke asked me whether we could not give this 'army' the slip, and I said 'Certainly,' and spurred my horse, all following, towards the pretended 'Cave of the Seven Sleepers'; but the wonderful vigilance and extraordinary running powers of the Turkish infantry were here shown.

Wood 1877 (link esterno)

Già ai primi del Seicento, notano Ladstätter e Magdalino, il complesso appariva ormai distrutto, con i resti sepolti per secoli sotto muri e soffitti crollati; solo negli ultimi decenni l’attività di pellegrini e visitatori è tornata, portando qui cristiani, musulmani e turisti di più fedi insieme26. Ciò che li attira è ancora, sul terreno, la leggenda così come viene di solito raccontata. Ciò che gli scavatori hanno trovato sotto di essa è un edificio la cui cronologia corre, in modo sorprendente e preciso, con almeno mezzo secolo di anticipo sulla storia costruita sopra di esso.

Nomi e termini di questa pagina (8)

Panayırdağ

Una delle due colline che racchiudono la città antica, quella che gli autori antichi chiamavano monte Pion. Lisimaco tracciò la nuova Efeso nella valle fra questa e il Bülbüldağ. Ai suoi piedi sorge lo stadio, e sul versante orientale si apre la grotta dei Sette Dormienti.

Clive Foss

Storico del mondo bizantino e islamico delle origini, nato a Londra nel 1939 e a lungo professore di storia all’Università del Massachusetts Boston. Ephesus after Antiquity (1979) resta il racconto standard della città dalla tarda antichità alla cittadina turca, ed è qui l’autorità principale per tutto ciò che viene dopo il periodo romano.

Winfried Elliger

Filologo classico tedesco (1930-2019), specialista di greco, che insegnò a Tubinga. Il suo Ephesos: Geschichte einer antiken Weltstadt (1985) racconta la città dalle origini al periodo turco, ed è il libro a cui questo sito attinge più spesso di ogni altro. Fu filologo, non uno scavatore.

Sabine Ladstätter

Archeologa austriaca (1968-2024) che diresse lo scavo di Efeso, prima donna a farlo, e guidò l’Istituto Archeologico Austriaco dal 2009. Lavorò sulla ceramica romana e bizantina e sulle case a terrazzo. La sua guida alla Casa Terrazzo 2 (2013) e il volume tardoantico curato con Paul Magdalino (2019) sono usati in tutto il sito.

Paul Magdalino

Bizantinista, professore emerito di storia bizantina all’Università di St Andrews, che studia la società e la cultura dell’impero dal VI al XIII secolo. Con Sabine Ladstätter ha curato Ephesos from Late Antiquity until the Middle Ages (2019), il volume che questo sito segue per i secoli bizantino e turco.

Werner Jobst

Archeologo classico austriaco (nato nel 1945), specializzato in mosaici romani, in seguito archeologo provinciale della Bassa Austria. Il suo Roman Mosaics from Ephesos I (1977) pubblicò i pavimenti delle case a terrazzo sull’Embolos. Citato qui sul cosiddetto bordello e sulla moneta trovata presso i Sette Dormienti.

Franz Miltner

Archeologo classico e storico dell’antichità austriaco (1901-1959) che diresse lo scavo di Efeso dal 1954 fino alla morte. Liberò la via dei Cureti per collegare i monumenti ai visitatori, trovò il Pritaneo nel 1955 e rieresse parte del cosiddetto tempio di Adriano. Diverse sue letture sono state da allora ribaltate.

Rick Strelan

Studioso australiano del Nuovo Testamento, professore associato onorario all’Università del Queensland. Paul, Artemis, and the Jews in Ephesus (1996) colloca il soggiorno di Paolo nel contesto dei culti cittadini e della comunità ebraica, e sostiene che la sua missione fu più piccola di quanto suggeriscano gli Atti. Citato qui su Artemide e sulla rivolta degli Atti 19.

Fonti (30)

Ogni fonte è elencata una sola volta. I numeri rimandano alle affermazioni che sostiene; le date indicano quando la fonte è stata controllata.