Il Pritaneo era insieme il municipio e il centro religioso-civico di Efeso: custodiva il fuoco sacro di Estia, che doveva restare acceso senza interruzione, e fungeva anche da sala di ricevimento ufficiale per gli ospiti d’onore della città1. Oggi ne restano due colonne doriche rialzate fra le fondamenta, sull’agorà civile: un’impronta minuta per un edificio che un tempo scandiva buona parte del calendario religioso cittadino.

Perché i Cureti si trasferirono qui
Ciò che colpisce di più nel Pritaneo non è l’architettura, ma l’epigrafia: le otto colonne doriche della facciata, spesse e prive di ornamento, portano incise le liste dei Cureti, i sacerdoti principali del culto di Artemide, generazione dopo generazione2. Quei nomi non appartengono in origine all’edificio: nell’ambito di una riorganizzazione augustea del culto efesino di Artemide, i Cureti furono spostati dall’Artemision a questa sede più centrale e sotto controllo civico, sul finire del I secolo a.C.3
La prima prova superstite dell’avvenuto trasferimento, secondo Rogers, è un’iscrizione di età tiberiana, della pritania di Nikomachos Theudas, che elenca sei Cureti, anche se lo spostamento potrebbe essere di poco anteriore4. Knibbe, nella lettura che ne dà Rogers, sostiene che si trattò di una scelta politica deliberata di Augusto: privava l’Artemision della sua influenza sulla vita cittadina, mentre il Pritaneo diventava il nuovo centro civico-religioso dell’Efeso romana5. Rogers stesso va oltre, definendo lo spostamento dei Cureti un «momento rivoluzionario» che diede vita a una nuova associazione composta in stragrande maggioranza da cittadini romani e membri della Boulé: uno specchio fedele dei rapporti di forza sotto il dominio di Roma6. Entro il 104 d.C. al più tardi anche il nome dell’associazione era cambiato, da archeion (il termine usato da Strabone) a sunhedrion; Knibbe collega il cambio di nome allo stesso trasferimento e alla stessa affermazione di controllo civico7.
I nomi dei Cureti sulle colonne
Knibbe ha raggruppato trenta di queste liste di Cureti e dei loro assistenti in una terza fase evolutiva, databile fra il 95/98 e la fine del regno di Antonino Pio nel 161, incise per lo più sulle stesse colonne doriche del Pritaneo8. Rogers osserva che la lista più antica giunta fino a noi, quella tiberiana già citata, nomina sei Cureti e un addetto al culto, Alessandro, un suonatore di doppio flauto il cui strumento la tradizione faceva risalire ai Cureti cretesi presenti alla nascita di Zeus: un legame diretto fra la carica civica e il mito più antico9. Nota anche che, nelle liste tiberiane complete, quattro Cureti su sei in una e tre su sei nell’altra portavano la piena tria nomina romana: la prima prova concreta che cittadini romani prendessero parte attiva ai misteri di Artemide10.
Le lettere stesse, sempre secondo Rogers, sono incise per circa 2,5 cm di altezza, pensate per essere lette dai visitatori e non solo dagli iniziati, e restano visibili ancora oggi dietro le corde che tengono i turisti a distanza dalle colonne11.
Chi ricopriva davvero la carica
La carica di prytanis è più antica dell’edificio stesso: se ne trova traccia epigrafica a Efeso già all’inizio del IV secolo a.C., secoli prima che il Pritaneo esistesse. Secondo Rogers i primi titolari noti furono tutti uomini, per lo più esponenti dell’élite efesina privi della cittadinanza romana12. La situazione cambiò sotto l’impero: Rogers ipotizza che M. Antonius Protogenes, prytanis nel 34/33 a.C., possa essere stato il primo cittadino romano a ricoprire la carica a Efeso, decenni prima delle prime prove di cittadini romani fra i Cureti in età tiberiana13. Un liberto arrivò persino più lontano: il liberto imperiale C. Iulius Nikephoros si assicurò la carica di prytanis a vita finanziando sacrifici perpetui a Roma e ad Artemide, e nel frattempo mutò la propria autodefinizione da Caesaris libertus a Augusti libertus; potrebbe anche aver seguito la costruzione dello stesso Pritaneo14.
L’associazione a cui appartenevano questi funzionari non era piccola. Rogers stima una base di Cureti viventi di circa 150-180 persone, grosso modo il triplo di un comune collegium romano ma molto meno delle grandi corporazioni di Roma: una cifra che si accorda bene con la capienza di 100-120 commensali della cosiddetta «Sala di Estia»15.
Anche le donne ricoprirono la carica, e il conteggio finora corrente sul sito, «due donne prytaneis» (Claudia Trophime e Favonia Flaccilla), è quasi certamente per difetto. Rogers 2012, sulla scorta del censimento epigrafico di Friesen, trova invece tre donne fra circa diciassette prytaneis attestati epigraficamente nella sola finestra 37-99 d.C.: Curtia Postoma, Claudia Trophime e Iulia Helias, mentre il mandato di Favonia Flaccilla, dei primi anni del III secolo, cade del tutto fuori da quella finestra, come caso a sé, successivo16. Le due cifre risalgono allo stesso censimento di base firmato da Friesen, e questa pagina le tratta perciò come un’unica voce, non come una correzione già acquisita; la direzione resta comunque chiara, e «due» resta un difetto.
Eppure alcuni fra i più alti funzionari di Efeso evitarono deliberatamente di nominare Artemide. Rogers riporta che Favonia Flaccilla, prytanis, ginnasiarca e somma sacerdotessa nei primi anni del III secolo d.C., nella propria iscrizione votiva ringraziò Estia Bulea, Demetra, Core, il Fuoco Eterno, Apollo Clario, Sopoli e «tutti gli dèi», senza mai nominare Artemide; un secondo prytanis, M. Aurelius Agathopous, ringraziò allo stesso modo Estia Bulea e «tutti gli dèi», oltre alla «Signora Soteira» e alla Gerusia17. Rogers osserva che il silenzio è ancora più eloquente se si considera che, nonostante il ruolo centrale dei Cureti nei misteri della nascita di Artemide e il prestigio civico del Pritaneo, né i Cureti né alcun funzionario del Pritaneo compaiono nella grande gerarchia civica delle benefattorie di Salutaris del 104 d.C.18.
Gli dèi che affollarono il focolare
Il culto di Estia esisteva qui fin dalla fondazione dell’edificio, ma il gruppo di divinità che le stava attorno non fu mai fissato una volta per tutte. Il titolo «Estia Bulea» è attestato solo più tardi, e Knibbe, nella lettura di Rogers, osserva che a partire dal II secolo d.C. altri dèi entrarono nei culti del Pritaneo perché «sembravano più popolari e utili di Artemide»19. Rogers colloca la prima attestazione di Apollo qui, come fratello di Artemide, solo poco dopo il 104 d.C.20, ed Elliger osserva che sotto l’impero il culto crebbe fino ad assomigliare a un culto di stato: le iscrizioni accostano a Estia divinità più recenti, il «Fuoco Immortale» e «Sopoli», il salvatore della città21. Il giudizio complessivo di Rogers è che, a parte Artemide e la prima triade attestata (Estia Bulea, Apollo Clario e Sopoli), la maggior parte delle altre divinità associate compaia solo a partire dai primi anni del III secolo22.
La carica aveva un prezzo reale. In base al «Sommario della legge ancestrale» (IvE 10), un prytanis che mancasse a un obbligo sacrificale specifico doveva una multa di dieci stateri darici, da spendere per ornare la statua di Demetra Carpofora, una pena registrata sia da Rogers sia nell’edizione epigrafica originale di Wankel23. Rogers riferisce che un testo frammentario dei primi anni del III secolo, sulla parete nord della cosiddetta «Sala di Estia», ricorda un prytanis che riafferma il dovere ancestrale di compiere 365 sacrifici l’anno, con il ierofante chiamato a farlo rispettare24. Prendendo a riferimento un calendario sacrificale attico del IV secolo a.C., a circa dieci dracme a pecora, Rogers stima che questo solo obbligo costasse almeno 3.650 dracme l’anno25. Nota inoltre che verso il 170 d.C. la prytanis Tullia fece pubblicare due iscrizioni votive personali dopo il proprio anno di carica, una rivolta a Estia e al fuoco eterno, l’altra a Estia e Artemide insieme26; e che un uomo, Epagathus, accumulò un numero straordinario di cariche, insieme o in successione: prytanis, ginnasiarca, philosebastos hymnodos, segretario del demo, bularca e altro ancora27.
Secondo Friesen, accanto al Pritaneo, le fondamenta di un tempio a doppia cella appartengono probabilmente al culto di Roma e del Divo Giulio, il più antico esempio noto di questo tipo di tempio italico in Asia28. Un capitolo del volume curato da Harrison e Welborn ipotizza inoltre che sotto Augusto sia stato costruito un santuario a peristilio su tre lati, fra il Pritaneo e il vicino Bouleuterion, forse per un culto congiunto di Artemide e Augusto, anche se la fonte di questa ipotesi è essa stessa poco solida29.
Tre statue, o quattro?
Quante statue di culto di Artemide Efesia abbia davvero recuperato la squadra di Franz Miltner nel 1956 resta una domanda aperta, non un dato che questa pagina possa dare con un unico numero. Wikipedia in tedesco ne conta tre: l’Artemide colossale (o Grande), la Bella Artemide e «una più piccola». TAN ne conta due. Rogers 2012 propone una terza lettura ancora: quattro statue in tutto, la Bella, la Grande, una Piccola Artemide e una copia30. Questa pagina espone la controversia invece di sceglierne un vincitore. Ciò che si può datare con precisione è lo scavo in sé: i reperti uscirono dal terreno in rapida successione, nell’arco di circa due settimane nell’autunno del 1956, fra il 18 settembre e il 3 ottobre, e oggi sono conservati al museo di Efeso a Selçuk con i numeri d’inventario 718, 712, 717 e un quarto, secondo Steskal31. Questa cronologia precisa dello scavo non risolve, di per sé, quante statue furono trovate: fissa solo quando.
Come e quando crollò
La fine del Pritaneo è la più grande controversia aperta sull’edificio, e questa pagina la lascia aperta invece di dare per buona una sola versione. Esistono tre ricostruzioni in concorrenza. Il conteggio storico del sito sostiene che l’edificio in piedi fu ristrutturato in età severiana, fino a circa il 235 d.C., e demolito prima del 400 d.C. circa. Foss data invece l’ultimo restauro alla tarda età del III o all’inizio del IV secolo, e sostiene che la demolizione successiva fu deliberata: una volta trionfato il cristianesimo, l’edificio venne in gran parte abbattuto, e alcune delle sue statue di Artemide furono sepolte con cura da devoti che ancora speravano in tempi migliori. Rogers attribuisce lo stesso danno a una causa del tutto diversa, i terremoti, nel secondo quarto del III secolo d.C. e di nuovo nel 358 e nel 368, con le statue sepolte per caso sotto le macerie e non deliberatamente dai fedeli32.
Esiste un rapporto di scavo moderno dedicato proprio a questa domanda, e le sue conclusioni pubblicate propendono per la lettura sismica. Questa pagina non adotta ancora quella lettura come un dato di fatto: espone la gamma delle ipotesi – un edificio di età severiana demolito prima del 400, una demolizione deliberata in età cristiana, o danni sismici nel III e IV secolo – e indica verso dove punta oggi la ricerca più recente e approfondita.
Ciò che segue è meglio documentato. Foss nota che il vicino Bouleuterion sopravvisse pressoché intatto e restò in uso finché funzionò la Boulé stessa, con una croce accuratamente scolpita, ancora visibile, sopra l’ingresso orientale, a segnarne la continuità33. Aggiunge che, nella tarda antichità, il governo municipale di Efeso aveva ancora sede nel Pritaneo e nel Bouleuterion, di fronte all’agorà civile, come attestano le stesse iscrizioni della Boulé del IV secolo34. Foss registra che, molto dopo la scomparsa del Pritaneo vero e proprio, in epoca bizantina media la sua impronta in rovina fu trasformata in cisterna, al servizio di un abitato cresciuto sopra l’agorà civile, su circa due metri di riporto35.
Strelan riferisce che il fuoco sacro stesso, custodito presso il Pritaneo sul versante meridionale del monte Pion, era ritenuto dagli Efesini acceso da una scintilla mandata dal cielo36: un’origine adatta a una fiamma che la città si sforzò tanto, per tanti secoli, di non lasciare mai spegnere. La storia più ampia di come Efeso e i suoi santuari attraversarono questi secoli continua su la storia di Efeso e su la città antica, mentre il santuario che i Cureti lasciarono alle spalle è raccontato per intero nella pagina dedicata al tempio di Artemide.
Nomi e termini di questa pagina
Guy MacLean Rogers
Dieter Knibbe
Strabone
archeion / sunhedrion
tria nomina
Augusti libertus / Caesaris libertus
Winfried Elliger
IvE (Inschriften von Ephesos)
philosebastos hymnodos
James R. Harrison
Pagina web: Australian University College of Divinity (link esterno)
Franz Miltner
Martin Steskal
Pagina web: Österreichisches Archäologisches Institut (link esterno)
Clive Foss
Rick Strelan
Fonti
Ogni fonte è elencata una sola volta. I numeri rimandano alle affermazioni che sostiene; le date indicano quando la fonte è stata controllata.
- Elliger 1985, 62 1
- Strelan 1996, 115 1
- Harrison and Welborn 2018, 81 2
- Rogers 1991, 88 2
- Harrison and Welborn 2018, 146 3
- Strelan 1996, 116 3
- Rogers 2012, 119 4
- Rogers 2012, 120 5
- Rogers 2012, 121 6
- Rogers 2012, 365 7, 13
- Rogers 2012, 172 8
- Rogers 2012, 129 9
- Rogers 2012, 132 10
- Rogers 2012, 366 11
- Rogers 2012, 123 12
- Harrison and Welborn 2018, 201 14
- Rogers 2012, 354 14
- Rogers 2012, 398 15
- Rogers 2012, 385 16
- Steskal 2010, 53 16
- Rogers 2012, 238 17, 32
- Rogers 2012, 239 17
- Rogers 1991, 67 18
- Rogers 2012, 303 19
- Rogers 2012, 435 19
- Rogers 2012, 202 20
- Elliger 1985, 93 21
- Rogers 2012, 308 22
- Rogers 2012, 208 23
- Wankel 1979, 67 23
- Rogers 2012, 235 24
- Rogers 2012, 407 25
- Rogers 2012, 413 26
- Rogers 2012, 432 27
- Friesen 1993, 11 28
- Harrison and Welborn 2018, 200 29
- Rogers 2012, 180 30
- Steskal 2008, 364 31
- Foss 1979, 80 32, 33
- Rogers 2012, 282 32
- Foss 1979, 13 34
- Foss 1979, 134 35
- Strelan 1996, 151 36


